UE e globalizzazione, qualche “mea culpa” dalla Commissione

di Francesco Cerasani

E’ ancora possibile una visione progressista europea per un governo della globalizzazione? Ancora sotto i fumi dell’entusiasmo per la vittoria dell’europeista Macron e per le celebrazioni del 9 maggio, la Commissione europea prova a rispondere a questo nodo cruciale facendo uscire un atteso “reflection paper” sui rapporti tra Europa e globalizzazione. Affidato ai vice-presidenti Timmermans e Katainen (due personalità certamente non ostili al libero scambio, pur provenendo da famiglie politiche diverse) il documento vuole porsi l’obiettivo di “far funzionare la globalizzazione per tutti” e di “darle una forma in linea con i valori e gli interessi dell’Europa”.

Il paper non è sicuramente una riproposizione delle tesi dei movimenti di Seattle del 1999, ma rappresenta senza dubbio una svolta critica importante sugli errori di una certa impostazione naïve e giustificazionista del libero mercato globale. Un parziale mea culpa quindi, sebbene in un contesto di difesa dei vantaggi che il commercio internazionale porta alla crescita e alla creazione di società più aperte e giuste.

In una fase storica in cui paradossalmente il ritorno a tendenze protezioniste vede nel Presidente degli Stati Uniti il principale alfiere, contrapposto a una Cina il cui ruolo di attore liberoscambista viene a spiazzare il dibattito economico degli ultimi anni, la responsabilità dell’Europa nel rivendicare un ruolo centrale per un governo della globalizzazione emerge come una necessità vitale per la sopravvivenza stessa della UE.

L’impatto della globalizzazione sui ceti medi e su alcuni settori della produzione europea – non a torto – è considerato il terreno di coltura dei populismi e la causa di alcune debolezze strutturali delle nostre economie. Dall’altro lato, senza un ruolo pieno nell’economia-mondo, è fin troppo evidente che una piccola Europa, sempre più disunita proprio per l’incapacità di fronteggiare la globalizzazione (a maggior ragione dopo la Brexit), non ha futuro.

“Protectionism doesn’t protect”, sentenzia il paper della Commissione, che ricorda come circa un terzo del PIL dei paesi europei provenga dal commercio con il resto del mondo e come a ogni miliardo di euro di investimenti corrispondano 14.000 posti di lavoro.

Quale può essere una risposta più equa rispetto alle attuali strategie di investimenti esteri, agli accordi commerciali avanzati oggi in corso di negoziazione, alla necessità di ridare fiato alla produzione industriale?

Il paper di oggi non ha certamente un’efficacia immediata né può indicare certezze assertive sulle risposte alle sfide globali, ma apre una visione diversa – intanto basata sulla distruzione dei falsi miti sulla globalizzazione – che dovrà però essere necessariamente accompagnata da un’azione complessiva su più policies.

Nelle ultime settimane, in corrispondenza con l’anniversario del sessantesimo anniversario dei Trattati, da parte delle istituzioni comunitarie non sono mancati testi strategici e position paper sul futuro istituzionale e economico dell’Unione. La solenne dichiarazione presentata al summit del 25 marzo a Roma ha riservato – grazie anche alle pressioni italiane – una parte importante alla definizione di un nuovo capitolo sociale per la UE. Pochi giorni fa poi, con la pubblicazione della comunicazione sui Social Pillars, la Commissione da parte sua ha voluto identificare 20 azioni concrete su cui agire per il rafforzamento della dimensione sociale dell’Unione.

Una migliore percezione dell’utilità di un approccio aperto verso la globalizzazione – e soprattutto della capacità della politica di governare in modo positivo il futuro – potrà essere conseguito solo agendo su questo fronte, ovvero sull’estensione di un welfare europeo e sulla fantasia di elaborare nuove forme di tutela per i cittadini all’interno di una società aperta.

How far should we push globalisation? con questa domanda pochi mesi fa il Professor De Grauwe della London School of Economics si interrogava su una possibile moratoria a qualunque futuro accordo commerciale internazionale, finché non saranno inserite compensazioni reali e efficaci per i perdenti della globalizzazione che vivono nelle nostre società.

Il compito di una moderna forza progressista oggi è proprio quello di trovare una via di uscita nell’impasse tra il giustificazionismo del libero scambio e una visione apocalittica della globalizzazione, di dare strumenti concreti di riscatto per i losers della globalizzazione. La battaglia dialettica e negoziale sul CETA di pochi mesi fa, in questo senso, merita di essere ricordata come emblematica di un possibile nuovo corso nel dare forma alla globalizzazione: fu proprio grazie alla posizione della SPD che si riuscì a sbloccare lo stallo e a inserire clausole e garanzie in grado di mostrare il valore positivo di un accordo commerciale sottoposto a controllo democratico e a criteri di qualità sociale e ambientale.

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