UE e Trump, quale futuro per le relazioni transatlantiche? di F.Cerasani

di Francesco Cerasani – Presidente EUdem                                                                                               (articolo scritto come contributo per la newsletter Mondodem)

La vittoria di Donald Trump ha fin da subito posto l’UE di fronte a un cambio di paradigma profondo nello scenario internazionale. Sebbene siano ancora incerte, le linee di politica estera del nuovo presidente statunitense sembrano indicare una generale assenza di conoscenza – e quindi di considerazione – per l’Unione europea in quanto soggetto politico e istituzionale, più che per l’Europa come spazio geopolitico e geo-economico.

Se la sconfitta di Hillary Clinton è interpretabile anche come una sconfessione del Presidente Obama, questo determina certamente un impatto rilevante per la diplomazia comunitaria, che sul partenariato con gli orientamenti dell’amministrazione democratica e sul multilateralismo di stampo atlantico ha costruito i propri assetti strategici di lungo periodo oltre che la propria narrazione di potenza globale.

Le reazioni immediate della leadership delle istituzioni europee hanno indubbiamente confermato, quasi come un sintomo psicopolitico di horror vacui, i rischi di un assetto globale molto diverso per l’UE, che si aggiunge e aggrava un avvitamento della propria crisi politico-istituzionale: ha iniziato Juncker con i noti commenti scomposti a poche ore dalla proclamazione del risultato, cui ha fatto eco la convocazione d’urgenza, un po’ avventata e il cui significato politico è stato poi non a caso significativamente ridotto, di una cena dei ministri degli esteri.

La considerazione più condivisa nelle prime analisi dell’impatto del voto statunitense sull’UE è che si possa aprire ora una finestra di opportunità per uno scatto di integrazione in alcuni settori chiave, a partire dalla difesa, confidando nell’effetto shock e in un sussulto di coraggio politico per gli Stati membri e per le istituzioni comunitarie. E’ una visione legittima e del tutto auspicabile che, pur non essendo da derubricare a un mero wishful thinking, deve prioritariamente tenere conto non solo dei limiti oggettivi che hanno bloccato finora una reale azione comune, ma anche delle condizioni interne ai singoli paesi membri.

La prima evidenza infatti, prima ancora di guardare a scenari futuri e a un nuovo disegno diplomatico per l’UE, è che la vittoria di Trump avrà madri, figli e nipoti anche in Europa. Il 2017 sarà un anno elettorale delicatissimo e ogni decisione di portata davvero strategica dovrà essere rimandata almeno all’esito delle elezioni in Francia (primavera) e Germania (settembre) e alle pressioni che la nouvelle vague populista imprimerà sulle scelte sia della sinistra che della destra. Potrà sembrare una lettura di piccolo cabotaggio, ma è una considerazione essenziale in un’Unione europea in cui il peso della dimensione intergovernativa assume una dimensione ancora preponderante. C’è da chiedersi, semmai, se proprio gli attori che oggi si frappongono con più forza a una maggiore integrazione di alcune delle politiche comuni più cruciali, ovvero i paesi del blocco di Visegrad e della formula della solidarietà flessibile, non finiranno paradossalmente per essere a breve i principali fautori di uno scatto in avanti sulle politiche di difesa, affari interni, intelligence, presi da timori (ben fondati peraltro) sulla sostenibilità della propria sicurezza agli immediati confini della Russia.

Non è da trascurare in questo senso, nell’analisi delle relazioni UE-Trump, un’ulteriore lettura in senso endogeno, ovvero un’analisi dello stato delle relazioni inter-istituzionali comunitarie alla vigilia di due scadenze dirimenti per l’orizzonte strategico europeo. In primo luogo, nell’immediato, il negoziato in corso sul rinnovo delle cariche comunitarie: potrà sembrare poco verosimile, ma uno scenario di una sostituzione di una delle due cariche monocratiche alla testa dell’UE potrebbe spostare in un senso o in un altro l’equilibrio del triangolo Bruxelles-Washington-Mosca che caratterizzerà i prossimi anni. Non meno rilevante è poi l’apertura formale dei negoziati per la Brexit, dal cui esito dipenderà non solo la capacità di resilienza dell’UE e la possibilità di nuovi percorsi di integrazione. L’accordo con Londra sarà in primo luogo una lunga trattativa di natura commerciale, che porrà l’Europa di fronte all’esigenza di ricostruire, dopo il fallimento del TTIP e le chiusure esplicite del nuovo Presidente Trump, un partenariato economico transatlantico che rimane in ogni caso l’opzione strategica principale, viste le enormi difficoltà nelle relazioni con Putin e considerando anche la contesa sul Market Economy Status per la Cina.

In questo contesto rimane viva per l’Europa – ma un’Europa diversa che attui concretamente meccanismi di azione comune più forte in politica estera, commerciale e di cooperazione, a partire dall’Africa – la possibilità di continuare a scommettere sulla propria capacità di aggregazione, cercando di uscire dallo stallo diplomatico che si profila per investire sul multilateralismo come unica arma a disposizione.

Il messaggio che il Presidente Obama ha voluto lasciare in eredità all’Europa, in occasione del suo discorso ad Atene e seguendo quanto già affermato all’Assemblea Generale ONU a fine settembre, è stato d’altronde molto netto: nell’era globale e soprattutto nelle crisi ora in atto abbiamo bisogno di rafforzare le istituzioni multilaterali. E di tale assetto, figlio della fase del Dopoguerra ed oggi pesantemente messo in discussione, l’UE è non solo un modello concreto, ma l’unico attore macro-regionale in grado di dare nuovo senso al multilateralismo nell’era post-obamiana.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *