Il populismo di Trump e il voto in Europa

Perché il neo presidente americano utilizza gli argomenti dei populisti e qual è la posta in gioco per i membri dell’Unione

Il presidente Trump non sembra mostrare grande simpatia per il progetto di integrazione europea. Lo ha manifestato già diverse volte nella prima settimana del suo mandato, offrendo ad esempio alla Prima ministra britannica Theresa May di iniziare quanto prima i negoziati per un accordo commerciale USA-UK e facendo il verso alla campagna euroscettica di Marine Le Pen.

Le parole, nonché la vittoria stessa di Trump, rafforzano l’ondata di euroscetticismo che scuote l’Europa e rafforza le destre populiste, mostrando che le destre riescono a essere culturalmente maggioritarie proprio grazie a un gioco di squadra a livello europeo ed internazionale. Tuttavia, il cambio di strategia statunitense, incarnato dal presidente Trump e dal neo ambasciatore americano presso l’Unione europea, costituisce una minaccia per l’esistenza stessa dell’Unione. Gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a doversi confrontare con un’Europa forte dal punto di vista politico, economico e regolatorio. Un continente con oltre 500 milioni di persone, un mercato unico e la capacità di dialogare alla pari con le grandi potenze mondiali imponendo la propria agenda sulle regole commerciali, sull’ambiente, sulla politica estera, tanto per fare tre esempi concreti, è visto come una minaccia a Ovest come a Est. In questo, Trump si trova in perfetta sintonia con il presidente russo Putin. Dopo le avance in Ucraina e l’annessione della Crimea, la Russia non chiede di meglio che avere mano libera in Europa dove non nasconde di avere mire espansionistiche sull’Ucraina orientale e sulle Repubbliche Baltiche.

Per realizzare quanto seria sia la minaccia, bastino le dichiarazioni di Ted Malloch, probabile neo ambasciatore americano presso la Ue, secondo cui l’Euro è destinata a naufragare entro 18 mesi. Dichiarazioni che sembrano studiate appositamente per agitare i mercati e creare turbolenze finanziarie. Il più veloce ad aver compreso qual è la vera posta in gioco è stato il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che ieri ha inviato una lettera aperta ai leader dei 27 stati membri ricordando che la possibile disintegrazione della Ue non porterà alla restaurazione di una mitica, piena sovranità degli Stati membri, ma alla reale ed effettiva dipendenza dalle grandi superpotenze: Usa, Russia e Cina.

175 milioni di europei andranno alle urne nel 2017. Olanda, Francia, Repubblica Ceca, Germania e, sempre più probabilmente, anche Italia. I socialisti e democratici europei, ad oggi al governo in tutti i paesi in cui si vota quest’anno, hanno due possibili strade davanti.

Potrebbero inseguire i populisti a destra e fare campagna con Bruxelles come capro espiatorio, puntando tutto sul promettere barriere visibili e invisibili contro gli immigrati (come purtroppo annunciato in questi giorni nel programma di governo di coalizione popolari-socialisti in Austria) e sul continuare a proporre politiche economiche deflazionistiche, ma questa strada d’altronde è battuta meglio dai populisti alla 5stelle o dalla sinistra alla Mélenchon.

Oppure, potrebbero coordinarsi davvero ed elaborare una visione di sinistra condivisa sull’Europa e proporla con coraggio e capacità di leadership. Lo dice bene questa mattina, in chiave di analisi italiana, il direttore del Foglio Claudio Cerasa: attenzione a inseguire il populismo sull’Europa, è faticoso ma paga di più lavorare per costruire un orgoglio europeo e programmi comuni.

D’altronde la prima di queste due strategie – è colpa di Bruxelles – non ha dato grandi risultati durante il 2016: dalle elezioni in Slovacchia e Austria, ai referendum in Gran Bretagna e Italia. Brexit e il populismo dilagante mettono l’Unione europea di fronte ad una vera e propria crisi esistenziale. Mai come oggi ci troviamo di fronte ad un bivio: bisogna dotare l’UE di risorse e competenze per affrontare le sfide economiche e sociali per non deludere le aspettative dei propri cittadini. Troppo a lungo queste riforme sono state posticipate. E con esse, necessariamente, bisogna anche rafforzare i processi democratici per avvicinare l’Europa agli europei. L’alternativa (inimmaginabile ma ahimè oggi possibile) è la disintegrazione.

Questo difficile ciclo elettorale offre l’opportunità di dare risposte concertate e, soprattutto, di offrile finalmente anche nei paesi in cui le grandi coalizioni con i popolari hanno impedito di elaborare e rivendicare soluzioni progressiste (leggi Germania e Olanda), di fatto ostacolando ogni cambiamento.

E l’Italia? Proprio noi, più di tutti gli altri partiti e paesi europei, abbiamo bisogno di sederci a questo tavolo per assicurare l’elaborazione di politiche economiche per rilanciare una crescita, ormai anemica da quasi vent’anni. Lo scontro con Bruxelles potrà al massimo sfruttare il famoso zero virgola qualcosa di deficit in più, senza risolvere la lenta e inesorabile decadenza della nostra economia. Il PD è l’azionista di maggioranza dei socialisti e democratici europei e ha quindi non solo l’interesse, ma soprattutto il dovere di imboccare la strada della concertazione europea tra i progressisti, che è d’altronde il senso profondo – e forse non ancora pienamente assimilato – dell’adesione del PD al PSE.

Nei contenuti programmatici, le competizioni elettorali si vincono con idee forti, originali e che lasciano presagire un miglioramento diffuso. E’ indubbio che, in tale prospettiva, la famiglia socialista abbia bisogno di uno scatto di innovazione e autorevolezza, soprattutto perché di fronte all’ascesa delle destre e dei timori di precipitare nuovamente nel clima degli anni ’30 del Novecento, i messaggi negativi raccolgono sì spazio nelle arene di discussione, ma raramente diventando un fronte maggioritario alla prova delle urne.

In fondo quindi, per tornare all’attualità, il tema non è quanto presto si vada al voto, ma semmai come arrivarci in coordinamento con la campagna in corso in Germania e Francia, questa sarebbe una vera svolta concettuale per creare uno spazio politico comune tra i progressisti europei.

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