Tra Budapest e Lampedusa

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Con il mancato raggiungimento del quorum al referendum ungherese l’Europa tira un sospiro di sollievo, per una volta. Il populismo del premier Orban, uno degli storici enfants prodiges del PPE, non viene spazzato via, ma quanto meno non è messo in condizione di costituire un arresto formale al piano europeo di distribuzione solidale dei migranti tra i Paesi europei. E’ significativo che una piccola luce in fondo al tunnel degli psicodrammi e delle divisioni europee sull’immigrazione si sia intravista proprio alla vigilia dell’anniversario della pagina più nera da quanto è scattata l’emergenza rifugiati.

3 ottobre 2013, coste di Lampedusa, sono 366 le vittime accertate del naufragio che, come il corpo del piccolo Aylan pochi mesi dopo, è divenuto il simbolo dell’enorme tragedia migratoria e della colpevole impotenza dell’Europa.

Da quell’autunno 2013, c’è da ricordarlo, tanto è cambiato a livello europeo rispetto al sistema di asilo e immigrazione, anche grazie alle pressioni e all’esempio dell’Italia (va menzionata la novità rappresentata dall’operazione Mare Nostrum). I problemi operativi e le divisioni politiche nell’implementazione degli accordi su relocation e resettlement dei migranti sono purtroppo fin troppo evidenti, ma certamente, solo tre anni fa porre il tema della solidarietà e corresponsabilità nelle quote di migranti, come anche quello della revisione del sistema di asilo di Dublino, sarebbe state certamente impensabile.

Rimane ancora molto da fare, in primo luogo investire e lavorare subito sul tema chiave dell’integrazione, per poter affrontare un tema così cruciale, su cui si gioca il futuro stesso dell’Unione.

Sul tema delle politiche migratorie dell’UE e in ricordo della tragedia di Lampedusa pubblichiamo un commento di Marco Pacciotti, responsabile del Forum immigrazione del PD, che ringraziamo per il contributo:

 

Sono trascorsi 3 anni da quel tragico 3 ottobre quando vicino Lampedusa in un naufragio morirono 368 persone, molte erano donne e bambini. Le immagini delle bare allineate in una palestra furono uno choc per tanti. Una ondata emotiva che portò dei risultati una volta tanto. Lo scorso 21 aprile il Parlamento – su proposta del PD – ha istituito la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”. Una scelta di civiltà preceduta da un’altra decisione forte e coraggiosa. Avviare la missione “Mare Nostrum” con l’impegno italiano a ricercare per salvare tutti i profughi in mare, con oltre 170.000 persone recuperate. Quella missione e la scelta di celebrare il 3 ottobre la giornata della memoria hanno posto il nostro Paese su di un piano diverso rispetto a quanti ancora oggi per egoismi nazionali tergiversano o si rifiutano di accettare un dato di fatto. Ovvero che Lampedusa non è solo una isola italiana ma il confine più a Sud dell’Europa e per quanto mi riguarda anche il metro di misura della civiltà europea. E’ una coincidenza beneaugurante che alla vigilia di questa ricorrenza l’Ungheria abbia bocciato il referendum che rifiutava di accettare quote di rifugiati. Un segnale che riapre uno spiraglio di speranza e di manovra politica dopo Bratislava. In quella sede ha fatto bene il nostro governo , come anche nei mesi precedenti, a ribadire con tenacia una linea di azione che coniugasse l’esigenza di salvare chiunque fosse in pericolo con la necessità di un approccio europeo e solidale a questa emergenza umanitaria. In primis seguendo una politica estera UE che sostenga gli Stati africani attraversati dai flussi migratori affinché abbiano i mezzi per offrire protezione e accoglienza lungo il cammino a chi fugge e si adoperino – in partnership con le organizzazioni umanitarie – a rispettare i diritti umani dei profughi. Una strategia che non può fare a meno di coinvolgere anche le Nazioni Unite – come fu per il Kossovo – per un maggiore protagonismo nel processo di pacificazione di Siria e Libia e nel predisporre un ampio piano di ricollocamento dei profughi, come lo stesso Obama ha detto nell’ultima assemblea generale raccogliendo la disponibilità di oltre 50 Stati. l’Europa però dovrà contare su se stessa in primis. Il voto in Ungheria – che rischiava di mettere in moto un disastroso effetto domino a partire dagli altri stati del “gruppo di Visegrad” – può invece diventare una opportunità per ripartire dalle proposte della commissione Europea in fatto di accoglienza e cooperazione. Una necessità che in qualche modo ci viene imposta dalla storia e rispetto alla quale a poco servono proclami xenofobi o alzate di scudi nazionalisti. Realismo e civiltà ci suggeriscono di governare questo processo anzichè proseguire in una insensata, quanto irrealistica, politica ostruzionistica e dilatoria. Come se le cose possano risolversi da sole. Un errore di valutazione gigantesco dagli effetti dannosi ancora oggi poco prevedibili. Penso che su questo punto sia in gioco natura e identità della UE. E’ ormai evidente che ci troviamo a un bivio in cui scegliere se essere una sommatoria di egoismi nazionali o quella Europa immaginata a Ventotene ancora lontana dal realizzarsi ma che resta un obiettivo in cui credere.

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