Sanzioni UE-Russia, una necessità per l’unità dell’Europa

di Luca Nuvoli

Il Consiglio Europeo del 15 dicembre ha avuto all’ordine del giorno, tra i vari punti, il prolungamento delle misure restrittive contro la Russia per altri sei mesi. Sebbene tale proseguimento apparisse scontato, negli scorsi mesi numerosi stati membri (Italia, Grecia, Cipro, Austria, Ungheria) hanno apertamente dichiarato il loro scetticismo a riguardo, mentre altri (Francia e Germania su tutti) si sono esposti in maniera più accorta.

Un dilemma si pone fin da subito in maniera netta, nelle diverse opzioni che si celano dietro le posizioni degli stati membri: da una parte, la necessità di dare respiro alle nostre economie tramite la fine delle misure restrittive verso la Russia; dall’altra la necessità politica (sebbene sul filo dell’apparenza) di mantenere l’unità europea in questo frangente.

Ricordiamo innanzitutto i fatti che hanno portato alla situazione attuale.

In risposta alle azioni russe legate all’annessione illegale della Crimea e della destabilizzazione dell’Ucraina orientale (Donbass) tramite il sostegno alla creazione delle repubbliche separatiste di Doneck e Lugansk, il Consiglio Europeo approva tra giugno e luglio 2014 una serie di misure restrittive nei confronti della Russia. Il Cremlino, preso in contropiede di fronte all’unità mostrata dagli stati membri dell’UE, risponde con delle contro sanzioni i cui effetti risulteranno negativi per molte imprese italiane ed europee. Dopo diversi round di negoziazioni, il 12 febbraio 2015 vengono siglati gli Accordi di Minsk II tra Ucraina e Russia su un’iniziativa del presidente francese Hollande e della cancelliera tedesca Merkel. Tali accordi prescrivono, in un’ottica di risoluzione del conflitto, una serie di misure da porre in essere per Ucraina e Russia; i capi di stato e di governo dell’Unione legano immediatamente la rimozione delle sanzioni alla piena attuazione di tali accordi che, ad oggi, sono ben lontani dalla piena attuazione.

Come è noto, lo scetticismo di alcuni stati riguardo alle sanzioni deriva, in primo luogo, dagli interessi divergenti di carattere economico e commerciale nei confronti di Mosca. Se prendiamo il caso dell’Italia, è facile constatare come il nostro export soffra le dirette conseguenze delle contro sanzioni russe. Sebbene – per citare un esempio di area commerciale – il mercato russo rappresenti all’incirca il 2% del volume complessivo delle nostre esportazioni nel settore agroalimentare, il 2015 ha visto un ribasso settoriale delle esportazioni del 35% rispetto al 2014 (da 980 a 640 milioni). Numeri alla mano, le contromisure russe non possono certo ambire alla distruzione dell’agroalimentare italiano, ma 340 milioni di export mancati pesano soprattutto sulle piccole-medie imprese del settore che fanno fatica a inserirsi in nuovi mercati (senza dimenticare gli impatti sul lavoro). Oltretutto, dando per scontato che le sanzioni europee abbiano sortito effetti negativi sull’economia russa, il Cremlino non ha tuttavia mostrato alcun segno di cedimento nei confronti di quella che viene presentata come “arroganza” occidentale; le ritorsioni europee sembrano aver rafforzato il consenso dell’opinione pubblica russa nei confronti del Presidente Putin, che nonostante le difficoltà economiche del paese continua ad essere acclamato in patria come difensore della “purezza” ortodossa contro l’ipocrisia e la corruzione morale dell’Occidente. Di conseguenza le misure restrittive attuate dall’UE sembrano inefficaci a ottenere l’obiettivo politico primario: fare in modo che l’entità sanzionata cambi comportamento, anzi sono diventate una leva del consenso per l’attuale sistema di potere russo.

E’ bene ricordare che nel quadro normativo della PESC (Politica Estera e di Sicurezza Comune), gli stati membri conservano pieni poteri decisionali per mezzo del cosiddetto “metodo del consenso”; tale procedura, oltre a lasciare pochissimi margini di manovra agli “organi comunitari”, assegna un potere di veto a ciascuno stato membro impedendo che il Consiglio prenda decisioni che danneggino gli interessi fondamentali e strategici di anche un solo membro dell’UE. Tradotto, nonostante i ripetuti mal di pancia espressi per via mediatica, nessuno dei 28 componenti del Consiglio Europeo ha mai posto il veto su sulle misure restrittive contro la Russia sebbene ne avessero la piena possibilità. Perché questo?

Al di là delle considerazioni politiche relative alla necessità di non abbandonare i partner ucraini a loro stessi dinanzi all’assertività del Cremlino (pena la perdita di qualsiasi leva politica sul già fragile processo di risoluzione del conflitto e di credibilità dell’UE nel suo complesso in ambito internazionale), gli stati membri sanno perfettamente che la revoca delle sanzioni  sarebbe l’ennesima battuta d’arresto al progetto europeo. L’UE si è fatta negli anni promotrice dei principi fondamentali racchiusi nella Carta delle Nazioni Unite; nel caso specifico, l’annessione della Crimea e la destabilizzazione dell’Est Ucraina sono state immediatamente denunciate da tutti gli stati membri come irrispettose dei principi universali di sovranità e di integrità territoriale. Nell’ordine mondiale basato sul multilateralismo efficace e sul rispetto dei principi delle Nazioni Unite, il dietrofront sulle sanzioni alla Russia equivarrebbe alla resa in favore di una politica internazionale basata sull’accettazione dei fatti compiuti, sulla prevaricazione e sulle maniere forti. I capi di stato e di governo dell’UE sono dunque ben coscienti della posta in gioco: nella misura in cui la crisi economica, monetaria e migratoria stanno mettendo a repentaglio il nostro modello di integrazione continentale, il cedimento di fronte alle enormi sfide geostrategiche dei nostri giorni (auto) infliggerebbe un nuovo durissimo colpo all’UE. Mantenere l’unità di fronte alle pressioni provenienti da Est è cruciale per il 28 se non vogliono mettere a repentaglio la stessa ragion d’essere dell’Unione.

La nostra economia ne sta certamente pagando il prezzo, ma siamo veramente disposti a rinunciare ad un progetto politico senza eguali che – come la storia ci insegna – ha portato pace e prosperità nel nostro continente? Gli Stati Uniti d’Europa non sono solo il grande progetto pensato a Ventotene durante il Secondo Conflitto Mondiale: l’unione politica tra stati europei è una necessità politica prima di tutto. Se solo dessimo uno sguardo agli scenari globali previsti per il 2050, capiremmo meglio i rischi che l’Italia e gli altri stati membri pagherebbero per una mancata integrazione. Gli Stati Uniti diventeranno la terza economia del mondo dopo Cina e India, con nessuna nazione europea tra le prime dieci; la popolazione mondiale crescerà a 9,7 miliardi di persone, ma l’UE tutta intera ne rappresenterà solo il 7 per cento; l’alto tasso di crescita demografica in Africa potrà tradursi in un grande rischio di instabilità se la domanda (in termini energetici, innanzitutto) non sarà soddisfatta; la governance mondiale assumerà tratti sempre più macro regionali multipolari.

E’ fin troppo miope credere che anche uno solo degli stati membri dell’UE avrà la forza di districarsi autonomamente nel mondo di domani. L’Europa, un’Europa dotata di strumenti più efficaci, è una necessità imprescindibile per dare a tutti noi forza contrattuale e capacità di governare i fenomeni globali. In risposta al dilemma tra la necessità di dare sollievo alle nostre economie con la fine delle restrizioni verso la Russia e la necessità di difenderci dal ritorno della guerra fredda e rilanciare il progetto di integrazione, non dovrebbe essere difficile, per tutte queste ragioni, comprendere da che parte stare.

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