Non un reddito, ma un welfare di cittadinanza

L’avvento di nuove tecnologie digitali sta trasformando giorno dopo giorno la nostra società e modificando il nostro modo di interagire, fare business e concepire il mondo del lavoro. La maggior parte di noi ha percezione diretta della trasformazione digitale in quanto consumatore: accade quando acquistiamo prodotti attraverso il web o le app, quando vogliamo comunicare con qualcuno o interfacciarci con la nostra banca o l’amministrazione pubblica, quando cerchiamo istruzioni per spostarci da un punto A ad un punto B. Ma questa non è che la punta dell’iceberg.

La digitalizzazione sta favorendo, non solo la modernizzazione, ma il completo ripensamento dei modelli produttivi tradizionali, aprendo allo sviluppo di nuovi modelli di business. In Italia, il mercato dell’Information and Communication Technology-ICT è in costante crescita (+3,1% nel 2017) e la stima per il 2018 è di un ulteriore aumento dell’1,9%. Per quest’anno, tra l’altro, secondo un sondaggio realizzato da Asstel, circa il 49% delle grandi e delle piccole-medie aziende italiane prevede un incremento delle spese destinate alla robotizzazione, alla tecnologia cloud, e all’impiego di intelligenze artificiali.

Di fronte a uno scenario di radicale cambiamento, l’attenzione del settore pubblico, oltre a favorire la buona innovazione con l’obiettivo di migliorare la produttività e competitività del Paese, dovrebbe focalizzarsi sulla gestione delle ingenti trasformazioni del mondo del lavoro. Su questo versante il problema è duplice.

Da un lato, vi è l’ormai famosa questione occupazionale in termini di quantità: quanti e quali posti di lavoro si possono creare grazie alle tecnologie digitali e quanti e quali invece se ne possono perdere? Dove saranno creati nuovi posti e quali zone perderanno occupati? Dall’altro, vi è una meno nota questione sociale legata ai cambiamenti occupazionali in termini di qualità: quali saranno le tutele ed i diritti garantiti nel prossimo futuro? Lavoreremo tutti meno e magari da casa?

Per quanto riguarda la prima questione, la Commissione Europea ci ricorda che il tasso di occupazione nel settore ICT in Europa è cresciuto costantemente dal 2006 in poi, al ritmo di circa +3% all’anno. Otto volte di più del tasso medio di crescita occupazionale, con trend in costante aumento. Dall’altro lato, il processo di automazione e robotizzazione comporta la perdita di numerosi posti di lavoro, andando a colpire prevalentemente la fascia dei cosiddetti middle-skilled workers, ossia di coloro che hanno competenze intermedie.

Alcune delle stime relative alla perdita di posti di lavoro per i prossimi decenni sembrano descrivere un cataclisma: oltre il 70% dei lavori con basse e medie competenze andranno persi. Altri studiosi arrivano a stime più conservative ed affidabili, che parlano di una perdita di posti di lavoro intorno al 20-25%. Vero è che, ad oggi, è facile calcolare quali e quanti lavori possono essere automatizzati o realizzati da un robot, mentre è molto più difficile immaginare quali e quanti nuovi lavori potranno essere creati.
Anni fa, quando le banche hanno introdotto il bancomat per il ritiro automatico dei contanti, la paura era quella di una sostanziale perdita di occupati nel settore bancario. Il risultato fu invece opposto: il nuovo macchinario aveva consentito alle banche di minimizzare alcuni costi, lasciando spazio al reinvestimento per l’apertura di nuove filiali, con un conseguente aumento occupazionale.
Il ristorante in cui si sono ritrovati gli autori per pianificare i contenuti di questo testo ha da poco introdotto dei tablet per consentire direttamente ai clienti di gestire le ordinazioni, senza bisogno di un cameriere. Incuriositi da quale impatto avesse avuto questa piccola “trasformazione tecnologica” abbiamo chiesto lumi al manager, che ci ha risposto di aver assunto due persone, una in sala e una in cucina, da quando il tablet è stato introdotto.

Per molti di coloro che si aspettano un cataclisma, la facile risposta in termini di welfare è quella del reddito di cittadinanza: con una gran fetta della popolazione fuori dal mercato del lavoro, fornire ad ognuno un reddito di base potrebbe pure sembrare una soluzione logica, ma nasconde alcune implicazioni da trattare con cura. Nota bene: facciamo qui riferimento al vero reddito di cittadinanza, non a quello descritto nel contratto di governo, che nonostante il nome, si profila più come un’indennità di disoccupazione permanente.

Il vero reddito di cittadinanza nasce come una risposta radicale e di sinistra alla progressiva perdita di potere da parte dei lavoratori e ambisce ad una società più inclusiva, capace di far sentire “attivo” anche chi non lavora. Obiettivi senz’altro condivisibili. Recentemente, fuori dai confini italiani, le multinazionali del World Economic Forum e diversi business men della Silicon Valley si sono aggiunti alla schiera dei sostenitori del reddito di cittadinanza. Perché? In pratica, il reddito di cittadinanza, soprattutto se utilizzato come unica o primaria fonte di welfare tende ad essere una misura che favorisce il mercato limitando de facto lo spazio di manovra dello Stato, inclusa la funzione redistributiva.

Alcuni conservatori pro-mercato, quindi, vedono di buon occhio un welfare che si trasforma in reddito di cittadinanza perché assicura che i consumatori continuino ad avere reddito da spendere per acquistare prodotti e servizi che lo Stato, focalizzando la spesa sul reddito di cittadinanza, non sarà più in grado di garantire. Pensiamo a servizi nel campo dell’educazione e della sanità, in particolare. Il rischio è quello di un ulteriore assoggettamento dello Stato alla logica di mercato e di un’ulteriore marchetizzazione del welfare (oggi ancora in gran parte statale e gratuito), senza aver risolto i problemi di disuguaglianza nel mercato del lavoro.
In modo certo meno evidente, il reddito di cittadinanza è una risposta biunivoca e populista al problema della perdita di posti di lavoro dovuta all’automazione e alla robotizzazione, così come costruire un muro è la risposta biunivoca ai movimenti migratori.

Quello che serve, in entrambi i casi, è un insieme di proposte politiche. Gli anglosassoni direbbero che serve un policy mix, in grado di offrire soluzioni adeguate alla complessità del fenomeno. Ovviamente, a livello di comunicazione politica, un policy mix è materiale un po’ meno spendibile di fronte all’elettorato, ma è nostra convinzione che ci possano essere elementi anche molto attraenti dal punto di vista della comunicazione politica all’interno delle diverse politiche che compongono una strategia di modernizzazione del welfare.
Per fronteggiare i futuri cambiamenti nel mercato del lavoro sono infatti necessari un rafforzamento ed una modernizzazione del welfare in diversi ambiti:
• Più forti politiche di attivazione e ri-attivazione, volte a rendere la forza lavoro non solo atta alle mansioni legate ai nuovi lavori nella green, circular, digital & care economy, ma anche più resiliente, in modo da fornire ai lavoratori i mezzi per far fronte ai futuri cambiamenti nel mercato del lavoro.
• Una solida strategia di investimento sociale, rivolta sia alle infrastrutture sociali che all’investimento per l’educazione e assistenza alla prima infanzia, strumento ad oggi ancora incapace di combattere l’esclusione sociale perché non raggiunge la maggior parte dei nuclei familiari indigenti e vulnerabili. Uno strumento di fondamentale importanza per evitare che le diseguaglianze socio-economiche si trasformino in diseguaglianze di opportunità.
• Nuovo politiche educative e di formazione, mirate a garantire a tutti i cittadini le adeguate competenze cognitive e non-cognitive. In Italia, la formazione permanente, per esempio, è ancora molto poco sviluppata e troppo poco integrata con le dinamiche d’azienda. Un aggiornamento costante deve essere un punto fermo dei sistemi educativi del prossimo futuro, onde evitare che si crei un gap tra progresso tecnologico, da un lato, e le competenze dei lavoratori, dall’altro.
• Un ammodernamento degli strumenti di protezione sociale, soprattutto per estendere i diritti sociali al di là delle classiche categorie e definizioni di lavoro e per facilitare sistemi di protezione a supporto dei lavoratori nelle fasi di transizione tra un lavoro e l’altro.
La logica di uno stato sociale basato su questi punti va quindi ben oltre l’assistenzialismo. Un welfare moderno deve non solo essere capace di estendere la protezione sociale a nuove forme di lavoro, ma deve essere in grado di accompagnare i cittadini nella crescita, nello sviluppo e nella realizzazione delle proprie aspirazioni. Protect and empower, come sintetizza il guru Anton Hemerijck, per rendere il concetto in maniera chiara e concisa.
Sul piano occupazionale, l’avvento dell’economia digitale e dell’automazione si accompagna, da un lato, ad una ristrutturazione della domanda di lavoro, con la richiesta di nuove competenze, l’erosione di mansioni ormai diventate obsolete e l’apertura di nuovi spazi e possibilità di impiego; dall’altro, comporta una ridefinizione del concetto stesso di lavoro, dovuta alla trasformazione dei tempi e degli spazi.
Il cambiamento forse necessario non è quello verso un reddito di cittadinanza, ma piuttosto quello mirato a creare un welfare di cittadinanza: un welfare universale, non occupazionale, dove i servizi dello stato sociale, sicurezza sociale ed investimento sociale, non sono legate alla condizione o al contratto lavorativo, ma alla cittadinanza.

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David Rinaldi è consigliere senior per le politiche economiche presso la Fondazione per gli Studi Progressisti Europei (FEPS) e docente di Governance Economica Europea all’Istituto per gli Studi Europei dell’Université Libre de Bruxelles.

Francesco Corti è dottorando presso la Graduate School of Social and Political Studies dell’Università degli Studi di Milano e affiliato del team di ricerca del progetto REScEU (Reconciling Economic and Social Europe). Specializzato in materia di politiche sociali europee, attualmente è anche membro del Young Academic Network della FEPS e consulente per l’eurodeputato Morgano, Gruppo Socialisti & Democratici.

Articolo scritto per la rivista ‘EYU – Europe, Youth, Utopia’, numero Work in Progress – Il lavoro ai tempi dell’automazione.

Photo Credits: Andy Beales via Unsplash

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