Gli Stati contrari all’asilo fanno scricchiolare la coesione europea

In fisica, la coesione è la proprietà dei corpi di resistere alla rottura dovuta alle forze attrattive. L’Ue, se vuole resistere alla propria rottura a causa di altre forze, deve immaginare il futuro della politica di coesione dopo il 2020 tenendo conto anche delle questioni sociali più dirompenti, e non può fingere di ignorare il contento sociale e politico in cui le iniziative finanziate dai fondi strutturali si vanno a collocare. La questione migratoria sta entrando a gamba tesa anche nella politica di coesione e numerosi sono stati gli episodi di “sovrapposizione di piani”.

I membri del Comitato delle Regioni del PSE hanno recentemente bocciato, durante la riunione COTER di Varsavia, il parere presentato dal tedesco Michael Schneider sul futuro della politica di coesione non perché questo non contenga anche degli aspetti condivisibili (in primis, la richiesta di una maggiore attenzione alla dimensione territoriale e al ruolo degli enti locali), ma perché sembra stare in una bolla e ignorare che i cospicui fondi delle politiche di coesione sono in sostanza una ridistribuzione dei contributi degli Stati, tra i quali l’Italia è uno dei maggiori contributori netti.

“Come rappresentati degli enti locali, in prima linea nel dare risposte ai cittadini su temi difficili come l’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo, o come la disoccupazione”, si legge in una nota presentata da Marco Dus – consigliere comunale di Vittorio Veneto – “non  possiamo accettare che nella distribuzione dei fondi di coesione vengano premiati Paesi che non adempiono alle richieste della UE sul ricollocamento dei migranti e che si pongono fuori da forme di collaborazione nella gestione di un fenomeno che, per forza di cose, vede un paese di frontiera come l’Italia tra i più esposti. Ed invece un emendamento in tal senso presentato dalla relatrice – ombra del PSE Italiano – Micaela Fanelli, Sindaco di Riccia – è stato bocciato!”.

Questa posizione, del resto, in questi giorni sta trovando conferme da più parti. Sono molto recenti alcune importanti affermazioni del Commissario Avramopoulos e del Presidente Juncker che rafforzano l’idea di rendere davvero sanzionabile il mancato rispetto degli obblighi sanciti in sede europea. Da notizie di agenzia leggiamo infatti: “Se gli Stati membri non aumenteranno presto i rispettivi ricollocamenti, la Commissione non esiterà ad avvalersi dei poteri ad essa conferiti dai trattati nei confronti di chi non avrà rispettato gli obblighi derivanti dalle decisioni del Consiglio”. E’ il monito della Commissione Ue agli Stati membri, aprendo così la possibilità a future procedure di infrazione. Bruxelles avverte inoltre che “l’obbligo giuridico di ricollocare le persone ammissibili non decadrà dopo il mese di settembre”. Anche il presidente Juncker è tornato sulla questione. “Grecia e Italia hanno fatto sforzi importanti per rendere possibili i ricollocamenti: ora tocca agli altri Stati far fronte ai propri obblighi”, ha scritto in una lettera a Tusk.”

In questi ultimi giorni, altre proposte in tal senso stanno avanzando. Cecilia Wikström (ALDE, Svedese) relatrice al Parlamento Europeo sulla riforma del sistema d’asilo Europeo, ha proposto che agli Stati “riluttanti” ad accettare la ricollocazione di richiedenti asilo nei propri territori sia concesso un periodo transitorio di adattamento di 5 anni, durante i quali potrebbero accettare anche solo il 20% delle quote loro assegnate ma, in caso di rifiuto ad accettare anche questa “ricollocazione ridotta” o di persistente rifiuto alla conclusione del periodo transitorio, potrebbero essere stabilite delle condizioni negative per l’accesso ai fondi strutturali a svantaggio di quello Stato.

A questo coro di voci si è unito anche il Cancelliere austriaco Kern che ha dichiarato pochi giorni fa a Die Welt che “la solidarietà selettiva dovrebbe produrre pagamenti selettivi”. Efficace sintesi per dire che i fondi UE devono essere distribuiti equamente tra gli Stati membri e quanti tra questi declinano la comune responsabilità in materia di immigrazione “non dovrebbero ricevere miliardi di Euro da Bruxelles”. Non si può chiedere sostegno agli altri Stati per lo sviluppo dei propri territori e poi negare la solidarietà nella condivisione dell’accoglienza dei richiedenti asilo.
Una soluzione estrema, certo, a cui si spera di non dover arrivare, ma certo non un tabù.

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