Per un pugno di voti: L’Austria, l’Europa e noi

Stiamo tutti tirando un lungo sospiro di sollievo: per un pugno di voti il candidato verde Van der Bellen ha conquistato la presidenza austriaca, sottraendola al candidato della destra radicale Hofer.

Quello che è avvenuto al di là del Brennero oggi è importante per due motivi.

Prima di tutto, segnala che le elezioni in questo o quel paese dell’ UE non sono più un fatto squisitamente nazionale. I giornali di tutta Europa hanno messo in prima pagina i risultati del voto austriaco. Si sente spesso dire che bisogna “fare gli Europei”  ma un evento come questo ci fa notare che un dibattito pubblico sovranazionale già esiste, anche se spesso é ancora intrappolato nei media nazionali.

Come non ci stanchiamo di ripetere qui a Bruxelles, l’Europa è politica interna e, viceversa, le contese elettorali nazionali vertono sempre di più sulla capacità di questo o quel governo di spostare l’asse politico europeo e di saper imprimere un cambiamento all’agenda politica europea – in senso positivo o negativo.

Per saper rispondere ai populismi e all’attacco contro l’integrazione europea occorrono forze politiche in grado di assumere in profondità la dimensione europea come centro della propria proposta politica nazionale. Invece di rinazionalizzare le politiche europee – come propongono i populismi – si tratta di radicare nel dibattito politico e nel territorio nazionali le ambizioni politche europee, in modo che l’UE sia in grado di rispondere alle domande che quei territori esprimono.

Non è forse un caso che proprio i socialdemocratici e i popolari, le principali famiglie politiche del Continente, vivano oggi tale difficoltà e contraddizione, come avvenuto palesemente in Austria: sono le forze politiche che hanno creato il progetto comune europeo, ma non sono ancora in grado di superare definitivamente la mera dimensione nazionale e di creare nuovi strumenti federali per rispondere alle crescenti sfide.

E non é un caso nanche il fatto che questa incapacità sia apparsa proprio in Austria, un paese che ha vissuto in prima linea la mancanza di una risposta europea, coerente ed incisiva, al problema dell’immigrazione e della gestione del flusso di rifugiati provenienti dalla Siria. Ricordiamo che solo qualche settimana fa l’Austria minacciava di innalzare un muro al confine con l’Italia.

Il secondo fatto importante di queste elezioni è che sono state decise dai voti per corrispondenza. A votare con questa modalità sono i residenti all’estero, circa 30 mila voti validi complessivi. Per noi italiani all’estero la presenza di una folta comunità di connazionali all’estero (quasi 5 milioni) è un dato molto rilevante, che esattamente 10 anni fa è entrato nel dibattito e nel sistema politico con la prima elezione dei 12 deputati e 6 senatori dei collegi esteri. Come successo per il caso italiano, verrebbe da dire che anche in Austria sono i residenti all’estero a “salvare” le elezioni e a garantire risultati di progresso e democrazia.

In fondo, sono proprio queste comunità di residenti in un altro paese dell’UE (in totale parliamo di quasi 30 milioni di cittadini) a costituire il primo vero nucleo di cittadinanza europea, e noi italiani ne siamo stati i primi testimoni, con l’ondata di migrazioni iniziate nel 1946, come avvenuto proprio nel caso dell’accordo Italia-Belgio.

Proprio recentemente a Londra, in occasione dell’assemblea dei circoli PD europei, abbiamo avanzato proposte su come rendere più trasparenti e sicure le elezioni per noi italiani all’estero, oggi ancora soggette a troppi rischi di brogli e fenomeni di controllo del voto. Ecco, teniamo a mente quanto possono essere fondamentali e preziose queste elezioni, e soprattutto lavoriamo per favorire sempre di più la partecipazione politica dei cittadini europei, in qualunque paese essi risiedano.

 

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