New Social Europe

di Francesco Corti

L’Unione Economica e Monetaria dovrebbe porre dei limiti alla diversità delle politiche del mercato del lavoro dei singoli stati membri? Abbiamo bisogno di un consenso ed un percorso di convergenza delle politiche sociali degli stati membri, al fine di mantenere un’UEM che sia all’altezza delle aspirazioni del progetto europeo?

Sin dalla sottoscrizione dei trattati di Maastricht e dalla nascita dell’unione monetaria, queste domande sono state al centro del dibattito accademico e politico. Tanto le asimmetrie all’interno dell’UEM, tanto le divergenze tra modelli di welfare nel Mercato Unico hanno minato la stabilità del modello di welfare su base nazionale, nato dopo il secondo conflitto mondiale e simbolo per eccellenza degli stati europei dopo il secondo conflitto mondiale. Pertanto, la questione riguardo quanto l’UE sia legittimata ad affrontare i problemi derivanti dalla sua integrazione, è di fondamentale importanza.

Ovviamente non si tratta di una questione nuova. A partire dai primi anni 2000, una vasta letteratura si è interrogata rispetto alla sostenibilità e legittimità di un sistema politico, quello europeo, che non è dotato di strumenti per affrontare le esternalità negative scatenate dalla sua unione monetaria. Vandenbroucke ha recentemente parlato di “corollario sociale”, come bisogno funzionale e politico, che deriva dalle asimmetrie esistenti nell’UEM e nel Mercato Unico.

Per quanto concerne il primo corollario sociale, in sostanza, l’UEM necessita una convergenza delle politiche del lavoro che supporti simmetria e stabilità, condizioni necessarie per raggiungere gli obiettivi prefissati dall’UE nei trattati. Alcuni esempi a riguardo, possono essere il coordinamento dei salari a livello europeo, così da evitare la contrattazione decentralizzata, o uno schema europeo per la disoccupazione, per stabilizzare l’UEM. Per quanto riguarda il secondo corollari sociale, in questo caso, il completamento del Mercato Unico con il Single European Act del 1986, ha richiesto un cambio di passo rispetto alle politiche di mobilità sia dei capitali sia dei lavoratori. Un esempio a riguardo potrebbe essere un paino europeo dei diritti, così da avere per tutti standard sociali equi e sostenibili.

Queste due dimensioni del corollario sociale dell’UEM, sono tra di loro strettamente collegati. Da un lato infatti, un forte mercato unico richiede un’unione monetaria che escluda la possibilità di svalutazioni di stampo protezionistico. Dall’altro, l’UEM non può prescindere dal Mercato Unico con le sue quattro libertà. Per questo, individuare una dimensione sociale nelle politiche europee non risponde solo ad una logica politica ma anche e soprattutto funzionale.

Nonostante questa consapevolezza, gli attori politici hanno finora ignorato le tensioni intrinseche all’UE e hanno proseguito con il motto “Smith abroad, Keynes at home”, come se fosse ancora pensabile tenere le politiche sociali nazionali separate dalle decisioni dell’UE. Fino allo scoppio ella crisi finanziaria, non è sembrato esserci alcuna tensione tra integrazione economica tra stati membri e coesione sociale interna agli stati, da un lato, e tra competenze sovranazionali e sovranità nazionali. Con lo scoppio della crisi, questa tensione tra le due dimensioni (sociale vs economica e sovranazionale vs nazionale) è emersa con chiarezza. A queste due linee di conflitto, altre due ne sono emerse nel dibattito politico: quella tra i Paesi dell’Est a basso livello di welfare e quelli dell’Ovest, ad alto livello di welfare e quella tra i Paesi del Nord, fautori dell’austerità, e quelli del Sud, ad alto debito e con economie a domanda interna.

L’emergere di queste tensioni intorno all’integrazione della dimensione sociale europea, ha portato la questione sociale tra gli obiettivi dichiarati della Commissione di Juncker, che sin da subito ha voluto lanciare l’obiettivo della Tripla A sociale per l’UE. In questo contesto, Jean-Claude Juncker, durante il discorso sullo Stato dell’Unione del settembre 2015, ha lanciato l’iniziativa del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali (PEDS) nell’ottica di promuovere la dimensione sociale dell’UE. Il PESD è stato presentato come tentativo di rilanciare un percorso di convergenza sociale verso l’alto, da realizzarsi dapprima all’interno dell’Euro-zona e successivamente espandibile a tutta l’Unione. In particolare, la Commissione ha lanciato il Pilastro con un duplice obiettivo. In primo luogo, il Pilastro è stato pensato come quadro di riferimento per dotare i modelli di welfare nazionali di strumenti idonei per far fronte alle nuove sfide poste dalla contemporaneità (automazione, invecchiamento, digitalizzazione etc.). In secondo luogo, il PEDS è stato proposto con l’esplicito obiettivo di aggiornare la legislazione europea in tema di politiche sociali e del lavoro (“social acquis”), alla luce del doppio squilibrio sopra menzionato che caratterizza l’UE.

In generale, quindi, l’obiettivo della Commissione è stato quello di mettere in campo un’iniziativa il cui fine è il rafforzamento della dimensione sociale dell’integrazione europea a fronte delle molteplici crisi che hanno colpito l’Unione e, in particolare, la stabilità dei suoi modelli di welfare. Per queste ragioni, sin dall’annuncio dell’iniziativa, la Commissione si è spesa per la promozione del Pilastro sia sul piano nazionale – nei diversi Stati Membri – che sovranazionale.

Venerdì 17 Novembre, il Consiglio dell’UE, il Parlamento e la Commissione hanno ufficialmente sottoscritto la Proclamazione Inter-istituzionale sul Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, che rappresenta, insieme alla Raccomandazione della Commissione Europea ad aprile, il primo passo concreto di questa iniziativa. Essa consiste in una lista di 20 principi e diritti, sussunti sotto tre distinte aree: uguali opportunità, pari condizioni lavorative, protezione e inclusione sociale. Tali principi e diritti coprono aree dove l’UE ha già una chiara competenza legislativa (e.g. pari opportunità e sicurezza sul posto di lavoro) e dove c’è già un chiaro quadro giuridico di riferimento (e.g. parità di genere), ma anche aree dove l’UE ha una competenza limitata, talvolta, nulla (e.g. abitazione e assistenza ai senza fissa dimora).

Tuttavia, di per sé, la Proclamazione non ha alcun valore vincolante ma delega agli stati membri la realizzazione concreta dei diritti e principi in essa contenuti. Se questo sia da interpretarsi come un dato positivo, tuttavia, è tema largamente dibattuto. Il governo italiano si è dichiarato soddisfatto ma ha esplicitamente sottolineato che il testo sottoscritto a Göteborg è solo un primo passo cui dovranno seguire ora azione concrete sul piano legislativo, a partire dallo Schema Europeo per la Disoccupazione. Senza una concreta traduzione dei principi e diritti in azioni concrete, il PEDS fallisce nel suo obiettivo.

Per questo, è fondamentale che la Commissione, magari facendo leva sugli stati membri maggiormente interessati, giochino un ruolo importante di political entrepreneurship. Sfortunatamente, al momento, non ci sono segni di volontà di andare in questa direzione. Tuttavia, ciò che è chiaro, al momento, è che l’orizzonte temporale di azione della Commissione rimane piuttosto ridotto. A circa un anno e mezzo dalle elezioni europee, tre sono le domande che sorgono immediatamente: può il Pilastro sopravvivere anche dopo Juncker? Che cosa farà la prossima Commissione di tutto il lavoro sull’importanza di implementare una nuova Tripla A sociale per l’Unione? E a quali condizioni?

Tutti questi interrogativi rendono complesso il quadro intorno al Pilastro e sulla possibilità di implementare una dimensione sociale per l’UE. La sfida è ardua ma non impossibile.

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