Navalny l’occidentalista e noi

Nel dicembre 1825 un gruppo scelto di cadetti e ufficiali dell’esercito zarista organizzò una sommossa per ottenere una carta costituzionale, sullo sfondo dei movimenti che nell’Europa occidentale contemporaneamente erano impegnati in simili lotte di emancipazione dai regimi nati col congresso di Vienna.

Un substrato di influenze massoniche e ideologia romantica di matrice occidentale aveva dato l’input a un’élite di personaggi che provenivano dalle migliori famiglie dell’Impero russo, molti dei quali ex studenti dal ginnasio di Carskoe Selo, a un passo da San Pietroburgo, una sorta di Eton, dove tra l’altro studiò anche il poeta vate Aleksandr Pushkin.

Proprio quest’ultimo ebbe tra i suoi migliori amici molte vittime della repressione al moto, alcuni giustiziati, altri mandati in esilio in Siberia, altri in quei campi di detezione che posero le basi ai successivi gulag di generazione sovietica. Anche Fedor Dostoevskij fu arrestato nella rappresaglia che ne seguì, solo per aver partecipato ad una riunione in cui si era discusso di temi compromettenti, e per questo fu condannato al patibolo. Graziato un momento prima che la sentenza venisse realizzata, portò il segno di quell’avvenimento per tutta la vita, raccontandolo anche in alcuni dei suoi scritti.

Le recenti cronache di manifestazioni contro la corruzione in Russia e il destino dei loro partecipanti sembrano avere molto in comune con quella generazione segnata dal desiderio di apertura e modernizzazione verso ovest. 

Capeggiati da Aleksej Navalny, avvocato a capo dell’opposizione, già più volte arrestato, con un cursus honorum che presenta un periodo di studi in un prestigioso ateneo statunitense, i manifestanti chiedevano una cosa banale ma non scontata: la lotta alla corruzione.

Sulla base di un documentario prodotto dallo stesso Navalny e dai suoi collaboratori che svela un giro di società attribuibili al braccio destro di Putin e primo ministro Medvedev con investimenti immobiliari in Russia e all’estero attraverso prestanome tutti a lui riconducibili, i militanti si sono radunati da Vladivostok a Pietroburgo per segnalare il loro disagio gridando tra le altre cose “Putin-Vor” (Putin ladro).

Dall’altra parte il potere costituito, forte dell’appoggio di numerosi sostenitori, ribatte che le manifestazioni non erano autorizzate e arresta secondo alcune fonti fino a 850 persone. Il destino dei fermati è incerto: poca trasparenza nel sistema giudiziario ancor meno in quello penitenziario come segnalato da Amnesty International e molti altri prestigiosi osservatori, sembrano voler lasciare ancora una volta il messaggio “colpirne uno per educarne cento”. D’altra parte una sorte simile aveva riguardato i partecipanti alla manifestazione sulla piazza Bolotnaya a Mosca nel 2012, le cui conseguenze sono state oggetto di numerosi verdetti da parte della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

E così rappresentanti della società civile e liberi cittadini desiderosi di un paese moderno restano stritolati dalle spire di un potere autocratico rinato dalle ceneri del crollo dell’URSS, legittimato dallo stato di abbandono in cui la Federazione Russa è stata lasciata dalle sue controparti per un decennio, prima che il vecchio apparato imponesse una restaurazione ancora più dolorosa perché spezza le speranze di chi la libertà, per poco, l’ha respirata.

L’Unione Europea dichiara la sua contrarietà agli arresti e sottolinea l’importanza del diritto di manifestare democraticamente. Eppure la voce delle istituzioni brussellesi sembra quasi un sussurro all’orecchio delle autorità russe, per non parlare di quei milioni di abitanti della Federazione che sono favorevoli all’attuale regime. Questo, a sua volta, dopo aver scavalcato con agilità il nazionalismo decrepito di uno scomodo e defunto Solzhenicyn, si riappropria della sacra pochva (zolla) protendendosi a est, guardando alle opportunità offerte dalla Cina e rivendicando un’identità Euroasiatica mistificata da un ex dissidente, Aleksandr Dugin, che nelle sue visioni echeggia un’ideologia socialrivoluzionaria e populista in senso etimologico.

In questo contesto non deve trascurarsi né il ruolo giocato dall’annessione della Crimea, né il Donbass, né la questione dell’impegno in Siria. Per quanto riguarda i due territori ucraini si tratta di un’affermazione di potere territoriale importantissima per la visione del mondo dei nazionalisti: una vera revanche dopo che è stato consumato il crimine dell’indipendenza di Kiev, prima capitale dell’impero russo. Nell’ultimo caso si tratterebbe quasi di una prosecuzione della guerra in Cecenia. L’idea strisciante è che l’Occidente non sappia gestire l’emergenza del terrorismo islamico e che in qualche modo la Russia abbia una missione in questo senso, al di là delle vere motivazioni di politica internazionale.

Riemergono ancora tutte le contraddizioni della politica europea assai disgregata sulle questioni russa e ucraina e le dichiarazioni di condanna sembrano così delle foglie di fico sullo stato di abbandono delle relazioni in senso multilaterale verso Mosca. Pensare che l’attuale status quo sia congeniale agli interessi dell’Unione Europea nel suo complesso è oggettivamente sbagliato, e lo dimostrano i giri di valzer tra i nostri populisti e il Cremlino. D’altra parte basarsi solo sulle sanzioni e sulla buona volontà di attivisti, seppure in aumento, che tentano di applicare a un impero i modelli di rivoluzioni colorate che hanno funzionato solo in piccoli stati del Caucaso o dell’Europa Centrale sembra piuttosto velleitario.

Il destino di quei manifestanti dovrebbe piuttosto spingere a pensare nuove forme di dialogo che cerchino di stabilire un equilibrio tra business e le vecchie condizionalità, che un ruolo hanno giocato nel periodo del disgelo con i paesi che bussavano alla porta dell’unione. Mosca d’altra parte sa che nell’era di internet sarebbe impossibile sigillare i propri cittadini all’interno del paese. In questo senso l’Ue dovrebbe procedere compatta, senza tentennamenti, per riuscire anche a guadagnare una forma di autorevolezza negoziale che le consentisse di trattare con Mosca a livello istituzionale e verticistico, in modo da ottenere risultati tangibili.

E d’altra parte la storia italiana e il suo ingresso nel secondo conflitto mondiale ci insegnano quanto le chiusure possano paradossalmente rafforzare i poteri autocratici e autoritari.

 

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