Un “Monte” di irresponsabilità (e di interessi particolari)

di Alfonso Ricciardelli*

La parola d’ordine degli ultimi giorni è “intervento pubblico,” inteso come il salvataggio della banca da parte dello stato, o bailout, o ancora soldi pubblici alle banche: stringendo, i contribuenti dovranno ancora una volta salvare gli investitori.

Il piano prevede la ricapitalizzazione di emergenza al di fuori dello schema della direttiva sul bail-in del 2014 – molto probabilmente un piano ibrido soggetto al meno rigido regime degli aiuti di stato dell’Unione europea – e un contestuale salvataggio-risarcimento di alcuni obbligazionisti subordinati retail – che invece secondo le regole dovrebbero partecipare alle perdite.

Eppure, non doveva essere così. Almeno non nelle intenzioni del legislatore europeo che nel 2013-14 aveva in gran fanfara approvato una serie di regole, tra cui la direttiva sul cosiddetto “bail-in,” e addirittura costruito una nuova entità, il “Single Resolution Mechanism,” per scongiurare la partecipazione dei cittadini al salvataggio delle istituzioni finanziarie in difficoltà.

Le nuove norme, dicevano ad nauseam alcuni Parlamentari europei e molti dei membri dell’Eurogruppo, erano state approvate allo scopo di “rompere il legame tra default bancari e default sovrani”, per evitare che un problema privato potesse diventare cronico così come successo – prima in Spagna poi in Irlanda – nel corso della crisi finanziaria del 2008.

Purtroppo la realtà è molto diversa. Un Salvataggio annunciato

Secondo la direttiva sulla risoluzione, la 2014/59, una volta presa dal supervisore la decisione che la banca non è più in grado di operare per mancanza del capitale di garanzia, la banca viene “risolta” con la partecipazione alle perdite di azionisti e obbligazionisti fino a una concorrenza minima di almeno l’8% del capitale.

Ma per garantirsi un minimo di flessibilità, all’articolo 32 della direttiva, alcuni stati membri spinsero per inserire una clausola di salvaguardia, un’eccezione da attivare nel caso in cui la banca in risoluzione avesse una dimensione “sistemica” – fosse cioè talmente grande o importante da poter determinare con il suo dissesto una catena di fallimenti in altre istituzioni finanziarie, mettendo quindi in pericolo l’intero sistema finanziario nazionale.

Qui sotto l’estratto dell’articolo 32:

4. Ai fini del paragrafo 1, lettera a), l’ente è considerato in dissesto o a rischio di dissesto in una o più delle situazioni seguenti:

(…)

d) l’ente necessita di un sostegno finanziario pubblico straordinario, ad esclusione dei casi in cui, al fine di evitare o rimediare a una grave perturbazione dell’economia di uno Stato membro e preservare la stabilità finanziaria, il sostegno finanziario pubblico straordinario si concretizza in una delle forme seguenti:

i) una garanzia dello Stato a sostegno degli strumenti di liquidità forniti da banche centrali alle condizioni da esse applicate;
ii) una garanzia dello Stato sulle passività di nuova emissione; oppure
iii) un’iniezione di fondi propri o l’acquisto di strumenti di capitale a prezzi e condizioni che non conferiscono un vantaggio all’ente, qualora nel momento in cui viene concesso il sostegno pubblico non si verifichino né le circostanze di cui al presente paragrafo, lettera a), b) o c), né le circostanze di cui all’articolo 59, paragrafo 3.
 
In ciascuno dei casi di cui al primo comma, lettera d), punti i), ii) e iii), le garanzie o misure equivalenti ivi contemplate sono limitate agli enti solventi e sono subordinate all’approvazione finale nell’ambito della disciplina degli aiuti di Stato dell’Unione. Dette misure hanno carattere cautelativo e temporaneo e sono proporzionate per rimediare alle conseguenze della grave perturbazione e non vengono utilizzate per compensare le perdite che l’ente ha accusato o rischia di accusare nel prossimo futuro.

Riassumendo, banche come il Monte, o Deutsche Bank, essendo potenzialmente pericolose per l’intero sistema, se in stato comatoso, possono essere “salvate” con soldi pubblici, purché il salvataggio sia conforme alle regole sugli aiuti di stato approvate da un’altra entità comunitaria, la Direzione Generale della Concorrenza (di seguito abbreviata in DG COMP). Quest’ultima, essendo notoriamente gelosa delle sue prerogative e del suo potere, ha dettato in una comunicazione del 2013 una serie di regole che dovrebbero governare l’eccezione prevista all’articolo 32.

Non appena sia stata identificata una carenza di capitale che potrebbe determinare una richiesta di aiuti di Stato, dovrebbero essere applicate tutte le misure necessarie per ridurre al minimo i costi che lo Stato membro deve sostenere per ovviare a tale carenza. A tal fine, gli Stati membri sono invitati ad avviare contatti con la Commissione prima della notifica. Nel corso di tali contatti volontari pre-notifica, la Commissione offrirà assistenza in merito alle modalità per garantire la compatibilità degli aiuti alla ristrutturazione e, in particolare, alle modalità per rispettare i requisiti di condivisione degli oneri in conformità alle norme sugli aiuti di Stato. La base per la fase di pre-notifica sarà un piano di raccolta di capitale elaborato dallo Stato membro e dalla banca e avallato dalle competenti autorità di vigilanza. Tale piano dovrebbe:

(…)

34. Dopo la presentazione del piano di raccolta di capitale e l’inserimento dei risultati dell’esame della qualità degli attivi della banca e di una valutazione dell’adeguatezza del capitale approfondita e lungimirante, lo Stato membro deve stabilire la carenza di capitale residua che deve essere coperta da aiuti di Stato. La Commissione proporrà agli Stati membri di discutere il piano di ristrutturazione prima della sua notifica. Una volta raggiunto un accordo sul piano di ristrutturazione, lo Stato membro può procedere alla sua notifica formale. La Commissione autorizzerà qualsiasi misura di ricapitalizzazione o di sostegno a fronte di attività deteriorate come aiuto alla ristrutturazione solo una volta raggiunto un accordo sul piano di ristrutturazione.

(…)

41. Un’adeguata condivisione degli oneri comporterà di norma, una volta che le perdite saranno state in primo luogo assorbite dal capitale, contributi da parte di detentori di capitale ibrido e di debito subordinato. I detentori di capitale ibrido e di debito subordinato devono contribuire a ridurre la carenza di capitale nella massima misura possibile. Tali contributi possono assumere la forma di una conversione in capitale di base di classe 1 (16) o di una riduzione di valore del capitale degli strumenti. In ogni caso, i deflussi di liquidità dal beneficiario ai detentori di tali titoli devono essere evitati nella misura in cui ciò sia giuridicamente possibile.

Queste regole furono pensate e scritte dalla commissione in modo volutamente generico, probabilmente per mantenere una forma di controllo sulle decisioni finali. Così, fatalmente, ogni progetto di ricapitalizzazione di questo tipo (con soldi pubblici, quindi fuori dallo schema previsto dalla direttiva sul bail-in), una volta stabilita la pericolosità sistemica del fallimento della banca in questione, diventa oggetto del giudizio discrezionale – che è spesso politico – della DG COMP (e quindi dell’intera commissione).

Riassumendo: la commissione finisce con lo stabilire che cosa è l’aiuto di stato e cosa non lo è, in una decisione motivata che spesso è il risultato di lunghe negoziazioni politiche col governo in questione.

La situazione Montepaschi

Per mesi, nel corso del 2016, Renzi aveva snobbato queste negoziazioni, scegliendo la strada della ricapitalizzazione privata per evitare del tutto il problema. Gentiloni, che rispetto a Renzi non ha appuntamenti elettorali cui pensare, ha deciso di ricorrere al salvataggio pubblico – anche perché i mercati hanno smesso di credere nella capacità di Montepaschi di reperire risorse tra i privati – e quindi dovrà necessariamente discuterne con la commissione, che così torna ad avere un ruolo fondamentale.

Da questo punto di vista, la situazione sembra essere sotto controllo, anche considerando la maggiore propensione di Gentiloni al compromesso. Tuttavia, le conseguenze pratiche di questa soluzione non sono di poco conto.

Innanzitutto, procedendo come il piano italiano prevede, il bail-in diventa lettera morta. Questo perché in teoria l’eccezione “Montepaschi” potrebbe essere in futuro applicabile a tutte le banche di rilevanza sistemica, escludendo a priori l’obbligo di partecipazione dei privati stabilito dalla direttiva del 2014 da gran parte delle operazioni di salvataggio europee. È abbastanza intuitivo che i casi non di rilevanza sistemica non siano certo quelli per i quali le regole erano state pensate (il fallimento di una piccola banca in sé non può forzare il default di uno stato).

Ma anche l’Italia – e l’affidabilità del suo sistema bancario – non ne escono benissimo.

Il fatto è che il legislatore europeo ha dato per scontato che la responsabilità dell’investimento sbagliato debba ricadere sull’investitore e non sulla collettività: un principio in teoria sacrosanto. Ma che purtroppo in Italia, per mancanza di trasparenza delle banche da un lato, e per le connivenze politiche dei dirigenti delle banche dall’altro, è messo in forte in discussione.

E allora, da cittadini italiani, che cosa è meglio? Uno stato protettivo o uno che imponga agli investitori di assumersi le loro responsabilità? E, in senso più ampio, da cittadini europei, non dovremmo domandarci perché abbiamo sprecato tempo ad approvare una legislazione comunitaria pensata per il consumatore-cittadino, che poi aggiriamo non appena è politicamente conveniente?

Paga solo chi sbaglia o pagano tutti?

Chiariamo intanto un fatto: tecnicamente, chi ha investito in Montepaschi non è stato frodato nel senso letterale del termine. Le obbligazioni e le azioni del Monte non sono e non erano uno schema “Ponzi” (del tipo di quello promosso da Bernie Madoff negli Stati Uniti, per intenderci), ma prodotti finanziari legittimamente proposti al pubblico degli investitori.

E tuttavia, basta questo a giustificare la piena responsabilità degli investitori? O c’è un elemento di raggiro, per esempio, nel comportamento dei funzionari della banca, che hanno consapevolmente venduto ai clienti retail un bond ad elevato rischio emesso nel 2007 dalla banca per ottenere la liquidità sufficiente ad acquistare Antonveneta? La risposta a questo quesito è molto più complessa, e investe in profondità la questione della modernizzazione e della trasparenza del nostro sistema bancario: che ha nella media una dirigenza più preoccupata di piacere ai politici e ai grandi industriali che votata all’interesse degli investitori, che impiega un numero troppo elevato di funzionari di basso livello e mediocre preparazione, che investe risorse in progetti fallimentari sponsorizzati però “in alto” (remember Alitalia?).

Ma questo non vuol dire che non si debbano educare i cittadini alla conoscenza della finanza, che non è una cosa sporca. Una seria educazione finanziaria di base potrebbe essere molto utile in futuro a evitare errori marchiani come per esempio l’acquisto del bond subordinato Montepaschi ad alto rischio che molti clienti della banca fecero – diciamo inconsapevolmente – nel 2007.

Al tempo stesso è evidente che la politica non può fare figuracce simili. Il governo Renzi – e ora quello Gentiloni – sono stati per mesi ostaggio di una piccola minoranza di risparmiatori, secondo uno schema già visto in ogni tentativo di riforma passata che toccasse interessi particolari (avvocati, farmacisti, tassisti…). E la soluzione che sta venendo fuori per il Monte è in verità un pastrocchietto all’italiana che ci fa sembrare davvero poco seri, oltre a dare al mondo che ci guarda l’idea che i cittadini italiani siano degli idioti incapaci di pensare a dove collocare i loro risparmi.

E quindi, per il futuro, delle due, l’una: o lo stato accetta il principio della responsabilità degli investitori, o chiunque sia al governo ammetta pure che non ci sono alternative all’utilizzo dei soldi pubblici per proteggere il cittadino da un sistema bancario fisiologicamente truffaldino, che non può essere migliorato.

Ma che almeno la smettano di prenderci in giro.

*Alfonso Ricciardelli è Director – Europe at SGH Macro Advisors

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