Le relazioni Russia-UE tra fantasmi del passato, opportunismo e populismo.

Nel 2007 uno studio del think tank ECFR intitolato A Power Audit of EU-Russia Relations sottolineava, alla prima scadenza dell’accordo di partenariato e cooperazione tra Russia e UE, la scarsa coesione tra i membri di quest’ultima, dividendoli in partner strategici di Mosca (Italia, Germania, Francia e Spagna) e Troyan horses (Bulgaria, Cipro, Grecia). Dieci anni più tardi, dopo la crisi georgiana, le primavere arabe e la destabilizzazione di Medio Oriente e Ucraina, poco sembra essere cambiato.

L’elezione di Trump, con le sue dichiarazioni a favore del nemico di una volta e i toni polemici verso Bruxelles, pone inoltre l’accento sulla necessità che l’UE trovi unità per affrontare le incognite del mutato panorama internazionale.

A ben vedere le criticità delle relazioni tra l’elefante europeo e l’orso russo derivano in primis dal processo di espansione ad est di UE e Nato, mal digerito da Mosca, che si sente minacciata nella sua tradizionale sfera d’influenza (il cordone di stati che si era creato dopo il 1991 intorno ai suoi confini: Bielorussia, Ucraina, Moldova e Caucaso del sud).

La Russia in risposta ne ha ostacolato l’integrazione attraverso quella che gli analisti definiscono una guerra ibrida, sostenendo le enclaves a maggioranza russofona, determinando la creazione o la persistenza di conflitti locali e impedendo ai paesi implicati di poter concretamente far parte dell’Alleanza Atlantica.

Proprio la questione territoriale rappresenta un punto cruciale e la risposta europea alla crisi ucraina sembra essere servita a mettere in evidenza la limitata coesione tra gli stati membri riguardo temi controversi come il nazionalismo di tipo etnico ma anche il commercio internazionale in tempo di crisi.

Da una parte il cosiddetto gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) e i Baltici, sulla base di una dolorosa memoria storica teme che la Russia possa attentare alla propria integrità territoriale (in particolare l’Estonia, dove è presente una consistente minoranza russofona). Seppur non del tutto ingiustificate, queste paure trascurano alcuni elementi fondamentali quali il fatto di essere già membri dell’alleanza Atlantica (cosa che a Mosca non sfugge affatto) e allo stesso tempo che tra loro e la Russia non esiste un legame culturale tanto profondo quanto quello con Ucraina o con la Georgia. Non casualmente i baltici hanno goduto di un regime di controllo meno stretto durante il periodo sovietico e sono stati i primi ad affrancarsene.

Ben diverso invece è stato l’impatto sull’immaginario collettivo russo della rivoluzione delle rose georgiana e di Maidan, vissuti come un tradimento, ( basta pensare che tra le principali figure politiche sovietiche ci sono l’ucraino Khrusev, e due georgiani, Stalin e Shevarnadze, il ministro degli esteri di Gorbachev).

Non deve dunque stupire se nel consolidamento del potere putiniano troviamo la creazione di un partito che si chiama Edinaya Rossiya, tradotto come Russia Unita, ma che nella sua radice lessicale include concetti quale l’interezza e l’unicità.

La questione del rispetto dell’integrità territoriale in ogni caso è di fondamentale importanza anche in un’Europa dove gli stati nazionali presentano regioni con aspirazioni secessioniste e dunque l’accettazione dell’annessione/secessione della Crimea e di un nazionalismo di tipo etnico paiono opzioni impraticabili.

Dal punto di vista del Cremlino, sembra d’altra parte che siano state solo le politiche “intrusive” dell’occidente ad autorizzarne la rinnovata assertività, legittimando l’ascesa di Putin al termine dei torbidi anni Novanta.

E infatti i principi su cui si basa la propaganda putiniana sono una rivisitazione postmoderna degli ottocenteschi principi di ortodossia, autocrazia, nazionalità enunciati da Sergej Uvarov, Ministro di Nicola I. Lo scopo è di nascondere dietro al nazionalismo ritrovato i problemi con cui è alle prese il paese, non solo in ambito economico e derivanti dal calo del costo delle materie prime da cui dipende l’export, ma anche dalle sanzioni imposte con l’annessione della Crimea e soprattutto dalla corruzione endemica che ha da sempre impedito un sano sviluppo del libero mercato.

Eppure parrebbe che proprio questo know how di matrice imperiale e sovietica riemerso oggi riesca con efficacia a colpire i gangli delle democrazie occidentali facendo da sirena ai movimenti populisti che agitano le classi medie e lavoratrici in crisi.

In questo contesto i cosiddetti partner strategici di Mosca all’interno dell’UE sembrano non poter rinunciare ad avere relazioni col Cremlino anche in presenza delle sanzioni economiche: la Francia nell’ambito della lotta al terrorismo e della situazione in Africa e Medio Oriente, Italia e Germania, seppure in forma diversa, nel campo della questione energetica e del commercio.

Il ruolo dell’Unione Europea così facendo rischia di essere marginalizzato e i rapporti con Mosca finiscono per svelare una malcelata competizione tra stati o eventuali doppi standard (si veda il caso del gasdotto North Stream rispetto a quello di South Stream), tutti elementi utili agli euroscettici.

La primavera che si annuncia, con sfide elettorali in Francia e Germania e il rischio paventato di interferenze russe proprio su questo processo, dovrebbe spingere a cambiare atteggiamento anche nella prospettiva di una nuova fase di cooperazione rafforzata che includa gli stati più volenterosi e che consenta di parlare con una sola voce a Mosca e non solo.

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