Immigrazione e integrazione europea: due facce della stessa medaglia. I contenuti della prima #EuDemSchool2017.

di Francesco Vigneri

Come affrontare il fenomeno delle migrazioni rappresenta oggi la principale sfida alla solidità ed efficacia del progetto unitario europeo: frutto degli scompaginamenti socio-politici che hanno avuto luogo nella sponda Sud del Mediterraneo, le migrazioni stanno portando a mettere in discussione la configurazione stessa della sponda Nord, a minare le certezze di noi europei che credevamo di poter porre un muro di frontiera e separazione tra “noi e loro”.

La questione migratoria infatti, sebbene in misura meno pervasiva nella qualità della vita quotidiana dei cittadini europei rispetto, ad esempio, agli effetti della crisi finanziaria, sta esponendo il progetto di integrazione europea al radicalizzarsi delle rivendicazioni nazionali, al ricostituirsi di muri interni, alla concreta minaccia di sgretolamento.

Crescono e si sovrappongono divisioni e veti incrociati con cui, anche in queste ore, gli Stati membri discutono a Bruxelles proprio di politiche migratorie al centro di ogni consesso europeo.

Tutto questo impone una riflessione disincantata sulle molteplici dinamiche in atto e l’elaborazione di strategie politiche lungimiranti ma coraggiose: una responsabilità da cui la politica in generale, e in particolare il fronte progressista ed europeista, non possono esimersi. Integrazione, sicurezza, populismo sono le sfide principali che i fenomeni migratori pongono alla politica: è proprio attorno a questi nodi che l’associazione EuDem ha voluto focalizzare la prima delle quattro scuole di formazione in programma per la primavera 2017, con la scelta simbolica della Sicilia, terra di accoglienza e di solidarietà, ad ospitare una riflessione di una centralità e importanza vitale per il futuro dell’Italia e del Partito Democratico.

Immigrazione e integrazione, due facce di una stessa medaglia – l’Europa – che di fronte alla gestione dei flussi migratori stenta a comprendere le proprie stesse necessità vitali. Paradossalmente, pur essendo in gran parte fondamentali per la crescita – stimolando i consumi interni, rinsaldandone il sistema pensionistico, spingendo la piccola e media imprenditoria, etc. – la percezione che passa è che le migrazioni facciano “male” all’Unione. Il “costo” politico, soprattutto elettorale, della questione migratoria si manifesta già da diverso tempo nei singoli Stati membri, le cui politiche sull’immigrazione tendono a orientarsi sempre più verso la retorica securitaria ed emergenziale, a discapito di quei principi e valori in nome dei quali essi diedero vita al progetto europeo e che oggi sono gravemente a rischio. La crisi di Schengen ne è la manifestazione più evidente: negare un diritto, come la libertà di movimento, a una categoria di individui – i migranti – si sta ritorcendo contro noi stessi, se è vero che, qualora davvero crollasse Schengen, la stessa libertà di movimento verrebbe negata anche a noi europei, nuovamente divisi da frontiere interne.

D’altro canto, non si possono trascurare le preoccupazioni dei cittadini europei e le ragioni della sfiducia nell’UE: l’assenza di visione e di progettualità di ampio respiro, a causa delle reticenze dei singoli Stati a delegare sovranità alle istituzioni comunitarie, ha reso queste ultime inefficaci nel gestire le frontiere comuni, che non sono mai divenute effettivamente tali, a discapito del costituirsi di un’effettiva identità. La definizione di un noi si costituisce, infatti, nel relazionarsi all’alterità, tuttavia senza confini definiti – ovvero il luogo sia geografico che “simbolico” di tale relazione – il rischio è quello di autoalimentare straniamento: l’UE, nella sua indefinitezza, è risultata agli occhi degli europei qualcosa di confuso, di cui avere paura.

In questa crisi del progetto unitario, parallela all’acuirsi del fenomeno dei flussi migratori, un ruolo centrale è stato quello svolto dai media, i primi a essere inclini all’uso di retoriche e narrative della paura: una paura che il martellamento mediatico delle immagini degli sbarchi ha destato nella percezione degli europei e che è stata strumentalizzata da formazioni politiche populiste e anti-europeiste, generando un vero e proprio circolo vizioso. La drammatizzazione mediatica finisce, infatti, per orientare il sentire comune; questo, a sua volta, influenza l’elaborazione delle politiche migratorie, che tendono a disporre pratiche di gestione del fenomeno migratorio securitarie, trattando il migrante come un soggetto miserabile (da salvare) ma pericoloso, ossia un illegale da tenere sotto sorveglianza in centri di prima accoglienza spesso inaccessibili. Queste pratiche di gestione producono disagio sociale, soprattutto per le condizioni spesso non dignitose e per le restrizioni delle libertà di movimento cui sono soggetti i migranti, che quindi spesso sfogano la loro frustrazione in forme di protesta. Queste proteste sono a loro volta mediatizzate, rafforzando ulteriormente nella percezione collettiva la duplice immagine del migrante come vita in difficoltà, ma soprattutto pericolosa e violenta, facendo innalzare l’asticella della paura e dell’emergenza e orientando le politiche migratorie verso una deriva, peraltro efficace più sul piano simbolico e mediatico che non su quello pratico.

I risvolti concreti di questo intricato concatenamento di variabili (media, sentire comune, politiche migratorie, etc.) si manifestano proprio lì, nelle zone di “frontiera”, luogo antropologico prima ancora che geografico, perché sempre frutto dei rapporti di forza che si consumano tra attori sociali: individuali (i migranti) o collettivi (la politica). La Sicilia è tutt’oggi una frontiera: essa continua a gestire l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti attraverso l’allestimento di un sistema di gestione dell’emergenza che l’ha resa, insieme a Lampedusa, “il confine per eccellenza” in Europa.

Va svelato quindi l’uso strumentale, da parte dei media e di ampia parte del mondo politico, proprio del termine “emergenza” e delle pratiche di gestione a essa connesse che, come accennato, vertono per lo più su interventi di natura securitaria e che dimenticano di porre al centro coloro cui esse si rivolgono: i migranti. “Emergenza” – sosteneva già nel 2011 il giornalista freelance Francesco La Pia – è “la parola che riecheggia sulla stampa europea in seguito all’arrivo persistente di barconi provenienti dalla costa meridionale del Mediterraneo. Eppure tale termine non è riferito alle libercondizioni che hanno sospinto i migranti ad intraprendere un viaggio costoso, alla violazione dei loro diritti, ad una situazione lavorativa già insostenibile prima dell’inizio del ciclo rivoluzionario. È una preoccupazione del tutto endogena alla ‘Fortezza Europa’, che mai come in queste settimane sta rivelando la propri fragilità e mancanza di visione al proprio interno”.

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