Il punto sulle elezioni spagnole – Governo del Re o Pactar? E se ci fosse stato l’Italicum…

di Marco Basile – Segretario PD Madrid

A soli due giorni dal terremoto del Brexit che ha sconvolto gli equilibri europei, la Spagna é tornata  al voto, dopo che gli scenari emersi a dicembre non avevano consentito la formazione di un nuovo  governo. Che conclusioni possiamo trarre da queste elezioni, le prime post-brexit nell’area Euro?

1) I partiti tradizionali hanno tenuto molto di piú di quello che si pensava  Dopo le elezioni di dicembre, che avevano sancito in Spagna la fine del bipartitismo, c’era una  grande aspettativa per capire se i nuovi partiti (Ciudadanos, e soprattutto Podemos)  avrebbero continuato ad erodere fette di elettorato ai partiti tradizionali. Non é successo. Il PP  del presidente in funzioni Mariano Rajoy si é rinforzato, guadagnando 14 seggi e aumentando  il proprio vantaggio sul secondo partito piú votato, il PSOE di Pedro Sanchez, che ha  mantenuto una seconda posizione che tutti i sondaggi, e perfino gli exit poll davano persa a  favore di Unidos Podemos, la coalizione del partito di Pablo Iglesias con Izquierda Unida,  partito storico della sinistra post-comunista.

2) Podemos non ha sfondato e non ha superato il PSOE  Il mancato sorpasso é probabilmente la sorpresa piú grande di questa seconda tornata elettorale spagnola, ed ha tarpato le ali al movimento di Iglesias, che ha mantenuto  sostanzialmente gli stessi seggi che avevano le due formazioni separatamente, perdendo in termini assoluti quasi un milione di voti.

Quali sono stati i motivi per questa disfatta di Podemos?  É presto per trarre conclusioni, bisognerá aspettare dati piú approfonditi sui flussi di voti in entrata e in uscita, ma qualche ipotesi si puó già tracciare. Per prima cosa, l’astensione sembra essere stata un punto fondamentale di inflessione,  soprattutto a sinistra. La partecipazione é scesa dal 73,2% al 69,9%, quasi 1,2 milioni di  persone in meno sono andate alle urne, probabilmente stanchi di una ripetizione di elezioni  che gran parte dell’elettorato considerava inutile. I votanti della destra sono andati a votare in  blocco, forse anche per la paura di una vittoria del “blocco di sinistra” e soprattutto di una  eventualitá di vedere Pablo Iglesias presidente, mentre a sinistra il richiamo elettorale non é  stato cosí forte.

Una seconda lettura può essere la svolta a sinistra di Podemos. Anche se Iglesias ha cercato di  moderare il suo messaggio, proponendosi come un leader “social democratico”, l’alleanza con  i partiti tradizionali della sinistra spagnola, come Izquierda Unida di Alberto Garzòn, e gli  scontri interni che hanno portato Iglesias ad allontanarsi dal più moderato Iñigo Errejon a  favore di un ritorno in auge del più “estremista” dei suoi leader, Juan Carlos Monedero, hanno portato ad allontanarsi da Podemos un elettorato, piú moderato e meno ideologicamente  caratterizzato, che erano riusciti ad attrarre nelle elezioni di dicembre, quando si  presentavano come una forza di cambio più trasversale.

Infine, l’occhio strizzato agli indipendentismi, con la “conditio sine qua non” dell’accetazione  del referendum indipendentista catalano posta al PSOE come base di negoziazione durante i  mesi precedenti a queste nuove elezioni, ha pagato molto in Catalunya e nel Paese Basco,  dove Podemos é risultata la prima forza politica, ma sembra aver raffreddato gli animi nel  resto della Spagna.

3) L’appello al voto utile del PP ha funzionato  Il “Partido Popular” d’altro canto, si presenta come il vincitore assoluto di queste elezioni. La  strategia attendista di Rajoy, che si é chiuso dopo le elezioni di Dicembre in un fermo  immobilismo, continuando a gestire il paese con moderazione dalla posizione di Presidente in  Funzioni e rifiutando qualisasi patto che non passasse da una leadership indiscussa del PP, ha  pagato. Ed ha pagato soprattutto l’appello al voto utile, che, facendo leva sulla paura della  “vittoria comunista” (ricorda qualcosa?) ha fatto tornare all’ “ovile” popolare quasi mezzo  milione di voti di “pecorelle smarrite” che nelle elezioni di Dicembre erano andati a  Ciudadanos, il partito centrista di Albert Rivera, liberale in economia ma progressista sui diritti  civili, che rappresenta l’altro grande sconfitto di queste elezioni.

4) La vittoria personale di Pedro Sanchez  La altra grande sopresa di queste elezioni, a parte il mancato trionfo di Podemos, é stata che il  Partito Socialista Obrero Español (PSOE) ha retto. Ha retto nonostante la strategia abbastanza  indefinita di Pedro Sanchez, che non ha mai voluto chiarire prima delle elezioni con chi si  sarebbe alleato dopo. Non ha mai chiarito se avrebbe preferito una “gran coalición” con i  partiti moderati o una alleanza di sinistra con Podemos. E soprattutto ha retto nonostante il  peso di una leadership del partito sempre piú contestata dalle basi e dagli attacchi, più o meno  velati, della potentissima Presidentessa dell’Andalucia Susana Diaz, altra grande sconfitta,  visto che per la prima volta nella storia il Partito Popular é risultato il primo partito in quella  regione, feudo storico del Partito Socialista spganolo.  Questo risultato rinforza la posizione di Pedro Sanchez, que mai come in questo momento ha  in mano le chiavi per sbloccare la situazione e formare un governo, decidendo con chi cercare,  o no, l’alleanza.

5) Adesso tocca “pactar” (trovare un accordo)  La domanda che sorge spontanea e: “…e adesso?”  La situazione che emerge dalle urne non è poi così dissimile da quella che era venuta fuori  dalle elezioni di Dicembre. PSOE e Podemos non raggiungono la maggioranza assoluta  neanche alleandosi con i piccoli partiti indipendentisti, e lo stesso passa a PP e Ciudadanos (il  cosiddetto blocco di destra), che pur crescendo si sono fermati a 7 seggi dalla maggioranza  assoluta. Se l’alleanza Podemos – PSOE – Ciudadanos si é rivelata impossibile per le enormi  differenze ideologiche tra i due “nuovi partiti”, l’unica soluzione plausibile sembra essere  quella della “Grande Coalizione”, con PP e PSOE, appoggiati o meno da Ciudadanos.

Da un lato, il PP esce rinforzato da queste elezioni per chiedere la leadership di un eventuale  governo di coalizione. Dall’altra, probabilmente, una delle condizioni che PSOE e Ciudadanos porranno per accettare un governo di questo tipo é che non sia presieduto da Mariano Rajoy,  che per suo conto, non sembra avere alcuna intenzione di cedere.  In poche parole, di nuovo un empasse da cui non sarà facile uscire. Anche se, in realtà, una  delle lezioni fondamentali di queste elezioni è stata che il popolo spagnolo è stanco di elezioni,  e vuole che i partiti trovino un accordo. Anche perchè, nuove elezioni potrebbero dare  nuovamente un quadro della situazione molto simile.

6) L’ipotesi del governo del re?  In questa situazione, da alcune parti sorge l’idea di un governo del Presidente (o meglio,  essendo Spagna una monarchia, un governo del Re), con una figura terza rispetto ai grandi  partiti e di prestigio internazionale, che possa mettere d’accordo partiti che fino a pochi mesi  fa non sapevano far altro che insultarsi a vicenda.  In realtá, la figura del Re Filipe VI, oggi come oggi in Spagna è una delle piú rispettate nel  panorama politico. Il 60% degli Spagnoli approva la forma-stato della monarchia  costituzionale, e quasi un 75% degli spagnoli ha una opinione positiva del monarca, perfino tra  gli elettori di Podemos, dove l’appoggio al re supera il 50%.  Le difficoltá di questa soluzione risiedono nella difficoltá di individuare tale figura  indipendente e nella paura della possibile deriva monarchica che potrebbe rappresentare una  soluzione simile in uno stato così politicamente diviso come è oggi Spagna, una democrazia  giovane, uscita da una dittatura meno di 40 anni fa.

7) Che lezione per l’Europa?  Ci si puó chiedere adesso quali siano le lezioni che si possono trarre da queste elezioni in ottica  Europea.  Anche se credo sia presto per trarre conclusioni, una delle domande da farsi é: quanto ha  influito il Brexit su queste elezioni? Che finalmente la paura concreta del populismo abbia  portato l’elettorato moderato in massa alle urne, scegliendo il “male conosciuto” rispetto a  una novità che avrebbe rappresentato anche, da un certo punto di vista, un “salto nel buio”?  Non possiamo saperlo, ma è una probabilità non molto remota.  Una delle note positive di queste elezioni è che, in uno scenario europeo dominato da  nazionalismi esasperati e populismi euroscettici, in Spagna il populismo è restato in gran parte  fuori dalla kermesse elettorale, ed il dibattito è stato abbastanza moderato da ogni parte  politica.  Perfino Podemos, un partito che aveva cavalcato in passato l’onda populista (scalzare la Casta  dal potere) ed euroscettica (il primo Podemos era partitario di un referendum per l’uscita  dall’euro), ha moderato il suo linguaggio quando ha visto che poteva optare seriamente per la  vittoria elettorale.

Forse, l’unica spinta realmente populista in Spagna viene dagli  indipendentismi. Soprattutto in Catalunya, dove la somma di Podemos e Esquerra Republicana  ha ragginuto oltre il 42% dei voti, e dove il governo autonomico indipendentista di Carles  Puigdemont vive una situazione sempre piú difficile, nell’impossibilitá di approvare i bilanci  preventivi a causa dei mancati accordi con i suoi alleati (il governo è fondato su una  maggioranza che si basa tra un difficile equilibrio tra l’estrema sinistra di Esquerra  Repubblicana e degli anticapitalisti della CUP e il partito di centro destra della borghesia  indipendentista catalana) , la vittoria del PP dará fuoco alle polveri, accelerando le spinte  secessioniste, e portando a nuove tensioni tra Madrid e Barcellona.

Forse, una delle lezioni piú grandi che si possono trarre é che se la politica fa bene il suo  mestiere, proponendo alternative credibili alla popolazione, il populismo piú sfrenato, quello  che nasce dalla rabbia del non sentirsi rappresentato, retrocede o si incammina in forme di  rappresentazione più moderate e ragionate.  Probabilmente, un’altra delle lezioni da trarre è che chi esce fortemente rinforzato da questo  turno elettorale spagnolo é la nuova legge elettorale italiana, che in una situazione di stallo  come questa, aiuterebbe a garantire governabilitá, almeno al secondo turno.  Ma questa, ovviamente, é una opinione personale.  Adesso, non resta che aspettare e vedere quale sarà l’esito delle negoziazioni…

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