Il Mediterraneo nel dibattito pubblico europeo

Pubblichiamo un intervento di Eddy Sanfilippo, membro della segreteria PD Caltanissetta e uno dei referenti EUdem per la Sicilia, sulle sfide politiche nelle relazioni tra Paesi del Sud e del Nord dell’Europa. La soluzione di tante delle crisi dell’UE passa per una diversa gestione dei rapporti con il Mediterraneo, un’area strategica verso cui l’Unione deve dotarsi di nuova visione comune. 

Del rilancio delle politiche euromediterranee discuteremo sicuramente in alcune delle prossime iniziative territoriali e scuole di formazione, seguici e segnalaci altri temi di tuo interesse.

Oggi parliamo di Mediterraneo: una delle attuali e più lampanti cesure che segna il discorso politico europeo rimane infatti quella che separa i Paesi membri mediterranei dai Paesi del Nord Europa, su questioni dirimenti quali le politiche fiscali ed economiche, quelle energetiche, quelle migratorie. Questioni i cui effetti, più o meno smussati nel corso del tempo, continuano a riverberarsi sin dalle fasi embrionali dell’attuale Unione.

Per anni, dalla firma dei trattati di Roma, il baricentro politico-economico dell’Europa è stato geograficamente collocato sull’asse centro-nord, in un’area geograficamente ben definita tra le sponde del Reno e le provincie del Belgio, dove la produzione del carbone e dell’acciaio fungeva da incubatore, anche politico, dell’Europa Unita allora in fieri. Occorrerà aspettare il 1981 affinché un altro Paese mediterraneo–la Grecia- si affianchi all’Italia e alla Francia per rappresentare le istanze di quello che da lungo tempo, nel discorso comune europeo, aveva cessato di essere il Mare Nostrum.

Oggi, in una rinnovata fase di incertezza geopolitica (con le ripercussioni anche in Europa degli stravolgimenti in atto nel Maghreb e nel Mashreq) e con gli strascichi di una crisi economica e finanziaria che vede la maggior parte dei Paesi del Sud dell’UE tentare di risalire l’affannosa china del debito pubblico, la centralità del Mediterraneo nel dibattito politico europeo si ripropone con urgenza quanto mai attuale.

Tre, in particolare, sono i temi che – quotidianamente affrontati dalle diverse realtà territoriali su cui riverberano i loro effetti – che pur nella loro origine mediterranea devono poter essere approfonditi nella loro dimensione necessariamente europea.

Sono questioni politiche principali che sfidano l’Unione proprio lungo il bacino del Mediterraneo, e che senza un intervento con strategie originali e condivise, rischiano di minare l’intero progetto europeo.

Migrazioni: in queste ultime settimane gli sbarchi di migranti in Sud Italia – per restare nel nostro Paese- fanno registrare nuovi drammatici picchi: in 24 ore 4270 migranti sbarcati tra Sicilia e Calabria (tra loro 17 salme), per un totale 153.450 sbarchi solo nel 2016. Un numero in costante aumento che supera quello degli anni precedenti, conseguenza delle tragiche convulsioni di un Vicinato in perdurante stato di guerra e anarchia.  A fronte di tale “perenne emergenza” l’Unione Europea è chiamata a far fronte su due piani complementari: da un lato l’accoglienza, dall’altro la della cooperazione internazionale coi Paesi terzi. Certamente l’accoglienza di chi fugge da guerre e miseria è un imperativo umano, la cui gestione amministrativa non può essere però delegata unicamente alle forze dei Paesi di confine. Oggi le strutture di accoglienza in Sicilia – per parlare di una realtà che noi tutti conosciamo bene – sono allo stremo, con carenze di organico e strutturali che spesso non garantiscono ai propri ospiti elementari standard di dignità. Una presenza maggiore e più fattiva dell’Unione, attraverso una revisione dei trattai di Dublino e che assuma su di sé una maggiore responsabilità (ad esempio con la ricollocazione organica e strutturata dei richiedenti asilo su tutti gli stati membri) sarebbe un passo avanti per far sentire meno soli i Paesi che quotidianamente affrontano la drammatica realtà di masse in cerca di asilo e per togliere l’aire alle forze populiste e anti-europeiste.

Crescita e Povertà: il Sud dell’Unione rimane ancora ai fanalini di coda quanto a crescita e produttività, con insostenibili sproporzioni interne ai singoli paesi membri. Agli ultimi posti per disoccupazione giovanile sono proprio tre Paesi mediterranei: Spagna, Grecia e Italia. Per rimanere in Italia, il divario tra nord e sud cristallizza una condizione di endemica sperequazione economica e sociale. Il tasso di disoccupazione nel meridione è il doppio che al Nord e la disoccupazione giovanile è 37,9%. La conseguenza di tutto questo si trasforma in trend sociali “involutivi”: generazioni – gli under 35 – più povere di quelle dei loro genitori, con figli adulti ancora a carico di genitori e nonni e dalle incerte prospettive di autonomia economica e familiare. Senza voler suffragare una politica espansiva troppo “allegra” che incoraggi ulteriormente una lievitazione del deficit, è ovvio che occorre un ripensamento europeo dell’austerità e dei vincoli di bilancio, insistendo su deroghe “mirate” (come sugli investimenti) in grado di influire sul trend negativo di stagnazione e disoccupazione.

Difesa Comune: Anche e soprattutto nel rinnovato clima da “guerra fredda” che si registra tra il continente europeo e la Russia di Putin, è nel Mediterraneo che risiedono le principali sfide, in primis militari, che l’Unione si ritrova ad affrontare dopo il deteriorarsi delle “Primavere Arabe” del 2011. La Libia si conferma un teatro di guerra in cui la cooperazione – anche europea – è messa alla prova dopo le pessime performance militari che hanno portato al defenestramento di Gheddafi. La Siria resta la minaccia principale all’assetto geopolitico mediorientale e non solo (sia per le tensioni che qui contrappongono Stati Uniti e Russia, sia per il rischio di propagazione dell’IS). Su questi enjeux mediterranei si sviluppa, con alterne vicende, il dibattito, anch’esso rinnovato, su una politica di sicurezza comune. Che la forma assunta sia un quartier generale congiunto – come pare convergano Germania e Francia – o che esso implichi un’integrazione maggiore di intelligence ed eserciti, una politica di difesa comune ripropone la delicata questione delle competenze e delle prerogative nazionali in un ambito su cui più che altrove rischiano di urtare le sensibilità nazionali (o nazionalistiche) dei Paesi membri.

Questi tre argomenti fanno già l’oggetto dei Consigli Europei e segnano l’agenda del dibattito pubblico, giacché è sulla loro governance che si giocano la credibilità e il futuro dell’Unione. Porre questi temi nella loro giusta prospettiva geo-politica e culturale mediterranea consentirebbe una migliore comprensione delle loro cause e dei fenomeni che ingenerano, facilitandone così la gestione politica. In questo noi democratici italiani abbiamo una doppia responsabilità: da un lato in quanto membri della famiglia dei socialisti europei non possiamo permetterci di cedere il passo alle politiche conservatrici, di destra e populiste che su fenomeni quali l’immigrazione e la disoccupazione ripropongono modelli di chiusura (nell’un caso) e di baratto dei diritti (nell’altro). D’altronde, è proprio sulla crescita, l’occupazione e l’inclusione sociale che il PSE dovrebbe fondare le sue politiche e trarre la propria ragion d’essere. Come italiani (e quindi come mediterranei) gestiamo quotidianamente i fenomeni di una realtà non facile: quanti di noi, nei circoli, nelle federazioni, negli incontri coi cittadini non hanno affrontato i temi dell’integrazione, dell’accoglienza degli stranieri, scontrandoci spesso anche con atteggiamenti di chiusura o di rifiuto? Quanti di noi non hanno discusso di povertà, di disoccupazione, di rilancio di tessuti economici e sociali. Quanti tra noi con ruoli istituzionali non lavorano quotidianamente su questi temi, nei territori e nelle città amministrate? Disponiamo dell’esperienza per contribuire a dare delle soluzioni condivise in sede comunitaria. Lungi da ispirare suggestioni isolazionistiche – come da alcuni evocate – la centralità del Mediterraneo nel dibattito pubblico europeo deve invece segnare un consapevole ritorno a scelte condivise, che non contrappongano i Paesi del Sud a quelli del Nord ma che, partendo dalle specificità dei territori e dei problemi locali, arrivi a delle proposte che riguardino tutti, in una dimensione collettiva europea.

Su questo dibattito anche la nostra rete EUdem dovrà lavorare molto e fruttuosamente. Non solo perché, da italiani, il Mediterraneo è la nostra origine. Da europei, infatti, esso rappresenta il nostro presente e, da riformisti, continua a rimanere la sfida più ardua per realizzare una UE più giusta e più aperta.

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