I costi della non Europa

 

Si parla troppo poco del costo reale che la mancanza dell’Europa farebbe gravare su famiglie, imprese, consumatori. Se la crisi causata dalla pandemia di Covid-19 portasse a uno smantellamento dell’Unione europea come la conosciamo oggi, la perdita per l’economia dei 27 Paesi membri toccherebbe tra il 17 e il 23%, che si aggiungerebbe al già previsto calo intorno al 7,5% del Pil nel 2020. Lo leggiamo in studio pubblicato dal Servizio di ricerca del Parlamento europeo (Eprs).

Non è la prima volta che studi del genere vengono condotti, eppure si tratta di un elemento importante che è troppo poco considerato nel racconto che si fa dell’azione europea.

L’Europa certamente è in primo luogo un progetto politico, fondato su valori e sulla creazione di uno spazio comune di diritti, ma è anche – da decenni – un enorme fattore di sviluppo per tutti i cittadini dei 27 paesi membri. Oltre a enfatizzare le risorse messe in campo dai fondi europei e dalle dotazioni del bilancio comune, è anche utile dare una lettura ancora più profonda, che possa analizzare e quantificare la perdita di valore aggiunto e di ricchezza comune che abbiamo – ogni giorno – per non aver scelto di integrare ancora di più le nostre economie.

Anche le stime più prudenti, infatti, suggeriscono che lo smantellamento del mercato unico costerebbe all’economia europea fra il 3 e l’9% del Pil comune, cioè fra i 500 e i 1.400 miliardi di euro l’anno.

Il potenziale costo della non-Europa, in settori diversi che vanno dal digitale, all’energia, alla politica fiscale, nel 2019 è stimato in circa 2.200 miliardi di euro, cioè il 14% del Pil Ue entro un periodo di 10 anni.

Non dimentichiamolo quindi quando ascoltiamo gli euroscettici: nella loro narrazione populista, sono nascosti anche i costi potenziali che soffriremmo se smantellassimo pezzo dopo pezzo l’integrazione europea.

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