Vince Hamon, la gauche archivia il liberal socialismo

di Roberta Capone e Massimiliano Picciani

Per comprendere le ragioni della vittoria di Benoit Hamon occorre innanzitutto capire i motivi della sconfitta di Valls.

Questo non per togliere valore al successo di Hamon, che in poche settimane si è accreditato un consenso difficilmente immaginabile solo sei mesi fa, ma sarebbe bastato anche solo farsi un giro nei bureaux de vote delle primarie per rendersi conto del sollievo di molti elettori per la possibilità di archiviare la fase del socialismo liberale incarnato dal quinquennio Hollande.

La voglia di cambiamento dell’elettorato di centrosinistra

Sì, perché il giudizio fallimentare sulla politica del Presidente, accusato di aver tradito tutte le promesse di rottura con il capitalismo finanziario su cui si fondava la campagna nel 2012, è stata accomunata al profilo di Valls, primo ministro e inizialmente pupillo di Hollande, poi allontanatosi ma comunque sempre identificato come l’ala più blairiana del partito, ben oltre l’impostazione socialdemocratica di Strauss-Kahn e Moscovici. E a fare da sfondo a questo giudizio, ad aggiungere un ulteriore condizionamento, c’era poi la volontà di passare un messaggio nei confronti dello spauracchio Macron, candidato esterno al PS ma in predicato di colonizzare culturalmente l’ala riformista del PS, come dimostrano i tanti scenari che ricostruiscono un possibile accordo ex post tra i candidati progressisti.

La vittoria di Hamon e del blocco propriamente socialista del PS è netta. Il suo non è solo un successo di rivalsa, é soprattutto frutto di una capacità di penetrare in aree dell’elettorato ormai lontane dal PS, di prendere voti in settori della società che sembravano destinati solo alle sirene populiste della Le Pen o della sinistra più estrema di Melenchon. La scelta di chiudere la campagna delle primarie nella banlieu rossa di Montreuil, periferia di Parigi, 104mila abitanti, a maggioranza operaia, ex zona industriale, in cui sarebbe impensabile un sostegno a Valls, è il segno inequivocabile del cambio di passo nella campagna di Hamon.

Non a caso Hamon, uomo della base, sorto politicamente con una origine diversa rispetto alla maggioranza della classe dirigente di «enarchi» del resto del PS, ha voluto caratterizzare la propria campagna secondo lo slogan «far battere di nuovo il cuore della Francia».

Chi è Benoit Hamon

Per capire il personaggio Hamon è importante fare attenzione a tre dettagli: in primo luogo, Hamon viene da 30 anni di militanza nel PS, dopo una lunga militanza nel maggior sindacato studentesco francese l’UNEF, nel 1993 viene letto segretario della MJS (il movimento giovanile socialista), a cui deve parte della propria vittoria anche alla grande partecipazione dei giovani e giovanissimi alla campagna. Non è un caso, infatti, che il suo staff sia composto a maggioranza proprio da giovani militanti MJS. Anche grazie a questo suo percorso politico é riuscito ad aprire una breccia importante in un segmento di elettorato e di società che negli ultimi anni è sempre più lontano dai partiti socialdemocratici tradizionali in tutta Europa.

Il secondo punto caratterizzante la figura politica di Hamon è la sua provenienza, originariamente, dalla corrente di Michel Rocard, ossia della “deuxième gauche”, l’ala socialista riformista, europeista e anticomunista, e più ben moderata di Mitterrand. Hamon si imposto, durante la sua campagna per le primarie, con un lessico semplice ricco di espressioni romantiche come il “futuro desiderabile” e poi l’amore su cui ha costruito il suo slogan ( “Far battere il cuore della Francia” ) e la coreografia dei comizi: mano sul petto prima e dopo l’intervento. Mentre il suo avversario Valls si presenta come presidente in pectore, l’uomo della gauche réaliste, Hamon anteponendo all’Io il “noi” come comunità, ha puntato alla connessione sentimentale con i suoi elettori, parlando di gauche desiderable (una sinistra alternativa che rispecchia ciò che desideriamo è possibile). Hamon coltiva, da uomo di provincia, la semplicità nei modi e nell’abbigliamento che si contrappongono alla personalità forte e severa di Valls.

Infine, è da ricordare che Hamon ha svolto tutta la sua carriera nel PS, già nel passato in posizioni di primo piano – portavoce nazionale, poi ministro dell’industria e dell’educazione nazionale – il che ne fa un personaggio di statura ben diversa dall’outsider della sinistra interna alla Corbyn o Sanders.

I temi vincenti della campagna delle primarie

Dato per figura minore in tutte le previsioni sulle primarie, Hamon è riuscito a imporre alla campagna i suoi temi, Innanzitutto, un reddito di cittadinanza “progressivo”, e minuziosamente quantificato nell’ultimo dibattito televisivo, in termini di risorse finanziarie; l’attenzione ai temi dell’ecologia e soprattutto della tutela della salute dei cittadini davanti agli interessi dei grandi gruppi industriali; un’idea di laicità che si rifà alla storica legge del 1905 per cui essa è “l’arte di vivere insieme”, rispettando le differenze, ma combattendo duramente gli abusi e le imposizioni religiose. Hamon ha voluto far emergere un’idea politica di fondo innovativa e antica insieme: il compito della sinistra democratica è pensare il futuro e porsi all’avanguardia nei cambiamenti, per gestirli e indirizzarli verso l’interesse collettivo.

La “postura presidenziale” e la capacità di ridare slancio alle idee di una sinistra moderna nei temi, ma solida nei valori, hanno contribuito al suo successo nella corsa interna al PS.  Ma il tema principale della campagna elettorale di Benoît Hamon  è stato Il “reddito universale” – quello che da noi viene chiamato reddito di cittadinanza, cioè un reddito base mensile (750 euro per tutti, senza condizioni, entro il 2020-22) per tutti o per certe categorie di persone, indipendentemente dal fatto che abbiano un lavoro o meno.

Le ricadute sul centrosinistra francese

Le ricadute sul quadro politico francese possono essere molte, e potenzialmente dirompenti: la linea politica di Hamon toglie voti alla sinistra radicale di Mélenchon, lasciando spazio al centro alla candidatura liberale di Macron, anche se un computo dei flussi elettorali é relativamente complicato, in quanto ad ogni evidenza gli elettori di centrosinistra propensi a sostenere Macron sembrano aver compiuto già la propria scelta.

Per l’apparato del PS (i famosi “elefanti”) e per l’ex premier Valls il risultato di queste primarie rischia di rivelarsi un vero boomerang: l’idea del segretario nazionale del PS Cambadélis era infatti di utilizzare queste primarie per rafforzare la candidatura Hollande prima, e di Valls poi, con un “bagno di folla catartico” per sanare gli scontri forti in questi anni di governo con la sinistra del partito, per ribadire da un lato il sostegno della maggioranza del PS alla linea social-liberale del governo Valls, e dall’altro l’irrilevanza dei “frondisti” della minoranza di sinistra del partito. Peggio ancora, per Valls questo risultato rappresenta mutatis mutandis quello che in parte è stato il referendum per Matteo Renzi, ossia una sconfessione del proprio operato di governo su una linea “blairiana” e liberal-socialista. In quest’ottica si devono leggere il passaggio all’offensiva di Valls, che ha cercato di screditare le proposte Hamon come irrealizzati (sul reddito di cittadinanza) o inadeguate a rispondere alle sfide della convivenza con la larga comunità islamica residente in Francia, nonché le minacce di abbandono del PS da parte di alcuni esponenti della destra del partito, in caso di vittoria di Hamon.

Una vittoria di Hamon alle presidenziali resta fortemente improbabile; tuttavia egli sarà sicuramente candidato vincente alla carica di segretario del PS, con la possibilità di riaprire la prospettiva di una sinistra plurale con verdi e PCF, emarginando la sinistra più oltranzista di Mélenchon.

Le conseguenze sul PSE e sullo scenario comunitario

Tutto questo delinea un impatto sul panorama europeo e sul PSE certamente molto interessante: in primo luogo in termini di alleanze, perché questo approccio sembra in piena sintonia con lo schema tracciato dal Gruppo S&D nell’ultima partita per il presidente del Parlamento Europeo, ovvero un PSE leader di un fronte europeista e fortemente innovatore del funzionamento dell’Unione, in alleanza con Verdi e sinistra radicale.

In secondo luogo, la vittoria di Hamon potrebbe avere la funzione di neutralizzare la sinistra anti-europea di Melanchon e quella nazionale e protezionista di Montebourg, riportando voti dall’ala con tendenze populiste e palesemente anti-euro a una sinistra fortemente innovativa, anche definibile come radicale, ma che accetta pienamente lo spazio europeo e si colloca in una dimensione di riequilibrio delle ricchezze, dei rapporti commerciali e dei meccanismi di protezione sociale all’interno dello spazio dell’Unione, riportando al centro dell’attenzione il dibattito politico, sottratto dalla pura gestione “tecnocratica” delle decisioni in materia economica e sociale. Nella battaglia per la flessibilità, contro il dumping sociale, così come per la gestione della crisi dei migranti o la definizione di una politica di difesa europea, la vittoria di Hamon può essere considerata una buona notizia.

Adesso per Hamon si apre una campagna lunga e di grande difficoltà

Una campagna che fin da subito avrà bisogno, da un lato, di uno scatto di autorevolezza sui temi internazionali ed europei, su cui Hamon è sembrato ancora in ritardo, e soprattutto di un ulteriore slancio di emotività e passione, per recuperare consenso proprio in nome della promessa di tornare a «far battere il cuore della Francia». Nonostante il numero degli elettori votanti sia cresciuto rispetto al primo turno, i sondaggi piazzano il candidato Ps al quinto posto il 23 aprile prossimo, primo turno delle presidenziali, dietro Marine Le Pen (FN), Fillon (Les Républicains), Macron. Ma l’outsider Benoît Hamon ci ha sorpreso una volta e potrebbe continuare a farlo.

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