Giornata mondiale del rifugiato: Migration Compact e integrazione culturale, le sfide per l’Europa.

di Roberta Capone e Giulia Larato

 

L’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) ha diffuso recentemente i nuovi dati relativi alle vite umane inghiottite dal Mediterraneo a seguito dei ripetuti naufragi dei barconi carichi di migranti. Il bilancio, secondo l’agenzia Onu, è pesantissimo: sulla base delle informazioni raccolte dai colloqui con i sopravvissuti, l’Unhcr aggiorna a 880 il numero di quei morti. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) stima perfino più di mille vittime. Purtroppo dall’inizio del 2016, le persone decedute nel tentativo di arrivare in Europa via mare dall’Africa o dalla Turchia è molto alto e si attesta intorno a 2510.

Queste cifre saltano subito agli occhi se si confrontano i 1855 registrati nel 2015 rivelandoci come Mediterraneo sia diventato oramai un percorso letale per molte vite umane. Quest’anno si sono imbarcate per l’Europa 203.981 persone, la maggior parte profughi siriani e afgani che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alla Grecia prima della fine di marzo, quando è entrato in vigore il controverso accordo Ue-Turchia che ha rallentato il flusso. Mentre 46.714 persone, soprattutto migranti dall’Africa sub-sahariana, costituiscono il flusso dalla Libia all’Italia, quasi lo stesso numero registrato l’anno scorso.

Il fenomeno migratorio nel mondo non si arresta. Oggi più di 60 milioni di persone sono costrette a lasciare la propria casa perché vittime di violenti conflitti o di disastri naturali. Nel 2015, oltre un milione di persone, tra rifugiati, sfollati, sono giunti in Europa, fuggendo da conflitti nel loro paese o semplicemente nella speranza di prospettive vita dignitose. Se nella prima metà del 2016 si è registrato un calo degli arrivi, entro fine la fine di giugno di quest’anno l’Unhcr prevede l’arrivo di circa 156.000 in Europa.

Lo ribadiamo proprio oggi, 20 giugno, in cui si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, appuntamento annuale voluto dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 55/76 del 4 dicembre 2000, per celebrare nel 2001 il 50° anniversario della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati adottata il 28 luglio 1951 ed entrata in vigore il 22 aprile 1954. Da oltre dieci anni, la giornata ha come obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica su chi sono i rifugiati, da dove vengono e perché scappano dai loro paesi, e di sostenere le attività dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Agenzie UE come Frontex e EASO, ONG e altre organizzazioni impegnate nel settore.

A fronte di questi flussi, quale è la risposta degli Stati UE e dell’Europa nel suo insieme? Sul piano interno, vista l’inadeguatezza degli strumenti e delle politiche d’accoglienza fino adesso adottate rispetto all’ingente numero di arrivi, sono state introdotte delle nuove misure a sostegno di una risposta d’accoglienza più reattiva ed efficace, quali il rafforzamento dell’approccio-hotspot e la proposta di introduzione di un sistema permanente di redistribuzione dei rifugiati tra gli Stati membri – seppur solo situazioni di emergenza.

Sul piano esterno, la nuova strategia UE di Partnership con paesi terzi, inspirato al Migration Compact proposto dall’Italia lo scorso aprile alla Commissione europea, pone la questione migratoria al centro della cooperazione allo sviluppo, rivolgendosi in particolare agli Stati terzi maggioratemene coinvolti dai flussi migratori con l’obiettivo di promuovere soluzioni sostenibili alle cause all’origine della migrazione quali conflitti e povertà e contrastare l’immigrazione irregolare.

Complessivamente il percorso intrapreso della Unione europea per far fronte alla questione dei rifugiati sembra andare verso la direzione giusta, basata su un approccio non più emergenziale ma di lungo termine che si rivolge alle cause alla base del fenomeno e che rafforza la capacità di risposta europea ai flussi di rifugiati in termini di condivisione delle responsabilità e di efficacia. Tuttavia, il vero successo della strategia europea alla questione dei rifugiati dipenderà da come tali politiche verranno implementate concretamente dai singoli Stati membri in termini di coerenza e rispetto degli impegni assunti.

Sicuramente le sfide maggiori che l’Europa dovrà affrontare sono:

  1. Troppo efficienza in termini di gestione dei flussi, in particolare alle frontiere esterne, comporta il rischio di violazione del diritto d’asilo e delle tutele ad esso connesse.

Più di 8.000 persone, tra cui centinaia di minori non accompagnati, sono bloccate sulle isole isole greche come diretta conseguenza dell’accordo tra Unione Europea e Turchia. Hanno vissuto in condizioni disastrose, in campi sovraffollati, a volte per mesi. Temono un ritorno forzato in Turchia e sono ancora prive di assistenza legale, la loro unica difesa contro un’espulsione collettiva. La maggior parte di queste famiglie, che l’Europa ha stabilito di tenere fuori dalla propria vista, è fuggita dai conflitti in Siria, Iraq e Afghanistan. E´ necessario superare la logica contenimento dei flussi alle porte dell’Europa e scegliere invece una strategia basata, da una parte, sulla prevenzione e contrasto delle forme di persecuzione che spingono le persone a scappare dal loro paese, dall’altra, sulla creazione di vie sicure e legali per i richiedenti asilo verso l’Europa.

  1. Più solidarietà tra Stati membri e nei confronti dei rifugiati.

È più forte la paura dell’immigrazione o la paura del salto nel vuoto economico? La maggior instabilità per l’Europa in questi giorni è data dal referendum su Brexit. Il referendum britannico sull’Unione Europea che si terrà il 23 giugno si gioca principalmente su queste opposte preoccupazioni riguardo la gestione immigrati. Anche all’interno della famiglia socialista ci sono diverse posizioni in merito, come ad esempio il Primo Ministro Slovacco che in occasione del summit europeo di Praga ha avuto posizioni molti forti sul tema. Robert Fico si è espresso, infatti, con toni ancora più duri di quelli usati prima del voto, contro la politica delle quote di redistribuzione dei rifugiati tra gli Stati europei e contro l’arrivo di migliaia di musulmani come minaccia alle radici culturali della Slovacchia, che tra l’altro il primo luglio assumerà la presidenza semestrale dell’Unione europea. Una nuova presidenza europea alle porte che non fa ben sperare sotto il profilo della condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri per l’accoglienza e l’integrazione dei rifugiati. Da qui, il ruolo fondamentale delle forze politiche europee progressiste nel far valere il principio di solidarietà e nel fare della presenza dei rifugiati un valore aggiunto per l’intera Europa.

  1. L’Europa è di fronte ad una sfida politica e culturale, quella dell’integrazione.

Garantire il diritto d’asilo non può limitarsi al salvataggio di vite umane nel mare, ma riguarda anche e soprattutto la capacità di integrazione dei rifugiati nella società europea. Di fronte a questa sfida politico culturale, l’Unione europea deve far leva sui suoi principi fondanti come la solidarietà e l’unione nella diversità per arginare i sempre più crescenti movimenti populisti xenofobi. Una maggiore integrazione è l’unica strada percorribile per prevenire ogni sorta di radicalismo e garantire la sicurezza per cittadini UE.  Per questo, è necessario innanzitutto dare visibilità, valorizzare e supportare, dal punto di vista finanziario ma anche mediatico, le politiche di integrazione messe in atto dai governi nazionali ma anche le numerose iniziative di ONG e organizzazioni civili che a livello locale portano avanti progetti fondamentali per la promozione della convivenza tra le diverse anime culturali che animano la nostra società europea, inevitabilmente sempre più varia e multietnica.

Quanti altri morti ancora dovremmo contare prima di attuare in pieno il Migration Compact europeo, di riformare radicalmente il sistema Dublino, e di costruire un sistema di ricollocamento efficace e un corridoio umanitario sicuro verso l’Europa? Oggi è la giornata di quei sessanta milioni di volti, di storie, segnati dalla sofferenza e dalla speranza. Sessanta milioni di persone che fuggono dall’inferno della guerra, dalla persecuzione religiosa, dalla violenza, dalle torture.

 

 

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