Fiscal Compact

di Robert Zielonka

L’europeizzazione della governance economica e monetaria è riuscita a risolvere le maggiori problematiche dell’epoca, in uno spirito europeo di forte collaborazione. L’entrata in vigore della Unione Economica e Monetaria (EMU), sancita nel 1992 dal Trattato di Maastricht, ha infatti risolto una lunga fase di instabilità e crisi monetarie che aveva interessato anche la lira italiana. Contestualmente, l’europeizzazione monetaria è riuscita a evitare un dominio del marco tedesco sull’Europa, che era una delle principali preoccupazioni politiche dopo l’unificazione tedesca.

Tuttavia, il sistema creato presenta delle importanti asimmetrie. La politica monetaria dell’EMU è stata strutturata sul sistema della Germania, basandosi su una totale a-democratizzazione della politica monetaria, e rispondendo quindi a logiche tecnocratiche e indipendenti dalla politica. Le politiche di bilancio invece dipendono da decisioni politiche della Commissione e degli stati membri, con interessi e situazioni economiche molto divergenti. Ne è conseguito negli ultimi anni che le politiche monetarie espansive della Banca Centrale Europea venivano annichilite da politiche di bilancio di austerità, risultando in una impasse che ha peggiorato la crisi economica e diminuito la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee.

Esistono alcune problematiche ulteriori. L’assenza di un ente indipendente a coordinazione delle politiche di bilancio nazionali, fa sì che gli stati membri siano al contempo sorvegliati e sorveglianti delle politiche di bilancio. Ne consegue che alcuni paesi con maggiore peso politico riescono a contravvenire le regole di bilancio più facilmente di altre. Ricordiamoci che erano la Germania e la Francia i primi paesi a infrangere il Patto di Stabilità e Crescita nel 2005, senza essere stati per questo sanzionati dalla Commissione Europea.

Anche a conseguenza delle asimmetrie sopra citate, la risposta europea alla crisi iniziata nel 2008 non ha portato gli effetti sperati. Mentre anche gli Stati Uniti hanno conosciuto alcuni anni di profonda crisi, politiche espansive hanno trainato la loro economia mentre nell’Unione Europea l’economia era depressa da politiche di austerità che controbilanciavano il quantitative easing della BCE.

Nonostante il fallimento dell’austerità, in Europa è un corso un dibattito fra forze politiche che hanno spinto per l’immissione nei trattati del vincolo di bilancio, vera croce delle politiche economiche anticicliche in quei paesi – come l’Italia – già attanagliati da un alto debito accumulato nei decenni precedenti, e forze che spingono invece per politiche macroeconomiche anticicliche, che prevedono anche consistenti investimenti pubblici strategici e sostenibili, così da stimolare la crescita, mantenere un’economia forte e dei servizi pubblici adeguati rispetto ai bisogni dei cittadini.

Dietro a questa seconda visione vi è la convinzione che le politiche di bilancio europee dovrebbero rimanere dominio della politica, non dei tecnici. La depoliticizzazione delle politiche di bilancio, è infatti a sua volta frutto di una ideologia politica ben distinta, che mira a distruggere il keynesianismo e ad imporre una visione macroeconomica neoliberale che prevede un ruolo sempre decrescente per lo stato.

Il dibattito sul fiscal compact non può prescindere quindi da una discussione sulla democrazia. Si vuole imporre una gestione tecnica del bilancio, e limitare lo spazio di manovra anche di quei governi eletti per portare avanti politiche di rottura con l’austerità, oppure la si vuole democratizzare, e permettere ai cittadini di scegliere fra una politica economica espansiva, e un’alternativa marcata da austerità e privatizzazioni? Gli ideologi di quest’ultima opzione ci dicono che non c’è alternativa alle riforme strutturali, eppure perfino il Fondo Monetario Internazionale inizia ad ammettere che l’austerità imposta a paesi come l’Argentina e la Grecia è stata un errore.

Un’Europa senza dibattito e senza referenti politici perde legittimità e credibilità presso i cittadini. Per questo è in corso un dibattito sulla proposta di istituire la funzione di Ministro delle Finanze della Zona Euro. Questa nuova figura politica potrebbe occuparsi del coordinamento dell’assistenza finanziaria agli stati in difficoltà, e gestire un budget europeo creato da una nuova capacità fiscale all’Unione Europea. Alcuni paesi, soprattutto del Nord Europa, non riconoscono l’utilità di questa posizione, e preferiscono mantenere lo status quo piuttosto che integrare ulteriormente. L’Italia, invece, ha caldeggiato più volte questa proposta.

Ed è in corso anche una discussione in merito all’istituzione di un Fondo Monetario Europeo, che dovrà prevenire che in futuro stati in difficoltà debbano venire commissariate dalla Troika oppure dal Fondo Monetario Internazionale.

È significativo che Mario Centeno, espressione di un governo socialista che ha portato una forte crescita al Portogallo pur rafforzando le politiche sociali, sia stato eletto nuovo presidente dell’Eurogruppo.

Il dibattito sul fiscal compact va oltre i tecnicismi europei: è infatti un dibattito fra i proponenti del welfare state e gli ideologhi dello stato piccolo. Per anni il consenso economico internazionale proponeva di liberalizzare l’economia in modo da efficientarla. Finalmente questo consenso sta venendo meno, e ormai è cresciuta la consapevolezza che la privatizzazione di servizi pubblici non comporta sempre dei vantaggi. È ancora importante che lo stato investa in infrastrutture, digitalizzazione, ricerca, e che supporti tutti i propri cittadini fornendo istruzione, sanità e assistenza di qualità. Esiste un’alternativa alla logica dell’austerità, e non possiamo permettere che quest’alternativa venga tolta agli stati per vie legali. Certo, servono amministrazioni efficaci e snelle, e non c’è dubbio che bisogna continuare a riformare lo stato anche grazie alla spending review e di una riduzione degli sprechi nell’amministrazione pubblica. Solo uno stato efficace può garantire servizi di qualità ai propri cittadini.

Infine, la lotta all’evasione fiscale, soprattutto delle grandi multinazionali, è una priorità che non po’ prescindere dalla discussione sul fiscal compact: solo una tassazione equa e ben distribuita può garantire maggiori entrate per lo stato, e quindi un bilancio migliore pur mantenendo alti standard di servizi pubblici.

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