Europa digitale

di Robert Zielonka

L’innovazione tecnologica procede a una velocità senza precedenti. Mentre molti cittadini devono ancora apprendere le conoscenze basiche per avvantaggiarsi delle innovazioni portate dalla terza rivoluzione industriale, quella digitale, il fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, già riconosce una quarta rivoluzione industriale, caratterizzata dalla connettività fra macchinari, sistemi, modi di produzione e umani. La velocità e la profondità di queste trasformazioni è dirompente. Eccitante, per alcuni, in quanto crea nuove opportunità e rapidi cambiamenti, ma pauroso per altri.

È difficile prevedere gli effetti sulla crescita di queste innovazioni, ma è facile immaginare il suo enorme impatto sulla società. Dobbiamo quindi essere bravi a capire la direzione di queste innovazioni, a cogliere le opportunità che creano, ma anche a prevedere gli ostacoli con cui ci dovremo confrontare. Soprattutto, dovremo guidare queste innovazioni in modo che esse migliorino le nostre vite; le dovremo sfruttare per rendere la nostra società più inclusiva, e i nostri modi di produzione più verdi e sostenibili. Serve una visione politica lungimirante e competente, e una visione olistica che in Europa fatichiamo ancora a mettere in atto.

La concentrazione di capitale umano ed economico fa delle città le naturali front-runner dell’innovazione. Ormai quasi ogni città che si rispetti ha una politica di smart city, grazie alla quale vengono implementate politiche che fanno uso delle nuove tecnologie per rendere le città più sostenibili, accessibili, connesse, vivibili ed efficienti. Sono smart quelle politiche che fanno dei cittadini prosumer (produttori, per esempio di energia, rifiuti e informazioni, e al contempo consumatori), quei sistemi che connettono i cittadini ai mezzi di trasporto condivisi, e quelle politiche che grazie a una raccolta dati digitale riescono a efficientare il traffico o la raccolta dei rifiuti. Secondo questi canoni, le più grandi città europee sono già decisamente smart, e migliorano così lo stile di vita dei suoi abitanti.

Cambia il modo di muoversi, che grazie a internet sta diventando sempre più condiviso. Per tanti giovani possedere una macchina non è più un cult, perché il car e il bike sharing sono opzioni più convenienti e migliorano la vivibilità. Cambiano il modo di lavorare e di comunicare. Grazie anche a network cittadini, le città possono condividere le loro migliori pratiche. Le istituzioni nazionali ed europee devono invece sostenere investimenti mirati per rendere smart anche le città minori.

L’innovazione sta cambiando drasticamente anche i modelli di produzione. Per esempio, le stampanti 3D possono sembrare un inutile utensile per uso domestico, ma se utilizzate su scala industriale possono cambiare radicalmente i flussi commerciali globali. Il porto di Rotterdam sta investendo nella tecnologia, nella convinzione che nel prossimo futuro le stampanti 3D e nuovi modi di produzione renderanno inutile la delocalizzazione della produzione verso i paesi in via di sviluppo: questi macchinari, che hanno bisogno di pochissima manodopera, renderanno più vantaggioso produrre in loco piuttosto che trasportare i prodotti dall’altra parte del mondo, quindi Rotterdam punta a diventare un nuovo polo di produzione innovativa, e riqualificare così l’area portuale in un’area di innovazione e ricerca. Se la scommessa di Rotterdam si rivelasse vincente, si tratterà di una rivoluzione per tutto il sistema industriale mondiale, che comporterebbe enormi vantaggi ambientali.

Le innovazioni rappresentano quindi un’opportunità per chi riesce a fare investimenti mirati e di spessore. È innegabile però che queste trasformazioni avranno anche un effetto dirompente sul lavoro. Si stima che oltre il 20% dei lavoratori possa essere sostituito da robot. Paul Mason nota che mentre nel mondo capitalistico pre-digitale il costo di un prodotto veniva determinato in buona parte dal costo della manodopera necessaria per produrlo, ormai è possibile riprodurre a basissimo costo dati e informazioni senza quasi alcun contributo umano. Si stima che il valore aggiunto del lavoro sia quindi calato drasticamente, e che il costo reale del lavoro sarà costretto a diminuire sempre di più. Tanti lavori saranno resi obsoleti, e questa trasformazione tecnologica ci pone davanti a una sfida epocale.

Non possiamo accettare che i lavoratori saranno pagati sempre meno, e poiché sicuramente si creeranno anche nuovi lavori, dobbiamo continuamente riformare il nostro sistema educativo perché tutti possano riqualificarsi ed acquisire le competenze necessarie. Però dobbiamo anche avere il coraggio di aprire una discussione sul valore del lavoro nella società odierna, e del modello di comunità che vogliamo costruire. Come ogni rivoluzione tecnologica, anche questa cambierà la distribuzione delle risorse, e avvantaggerà i proprietari di piattaforme (Alphabet, Facebook, Amazon, Alibaba sono già fra le maggiori multinazionali a livello globale) e di altri mezzi di riproduzione, senza per questo creare un numero congruo di posti di lavoro. Serve quindi una discussione sulla tassazione, che possa controbilanciare queste nuove diseguaglianze, e dovremmo prendere in considerazione anche proposte nuove, come una tassa sui robot e la web tax europea. Al contempo, questa rivoluzione ci potrebbe mettere in condizione di lavorare meno pur mantenendo lo stesso output: invece di creare lavori inutili, sarebbe opportuno aprire una discussione sulla ricalibrazione delle attività umane, e discutere se sia possibile diminuire le ore di lavoro e riconfigurare così il nostro sistema di welfare. Contemporaneamente, dovremo investire in quei lavori che migliorano il nostro stile di vita, e che gli umani faranno sempre meglio delle macchine: l’assistenza alle persone, l’istruzione, il lavoro di comunità. La revisione del tempo di lavoro e la riscoperta di tanti lavori tradizionalmente “femminili” rappresentano un’opportunità per riaffermare l’uguaglianza di genere. Un’implementazione progressista di nuovi modelli di produzione dovranno invece integrare gli sforzi per rallentare il cambiamento climatico.

Il dibattito sul valore del lavoro e sui diritti sociali tocca anche la gig economy; il settore rappresenta un’opportunità per tanti ragazzi che preferiscono un lavoro occasionale rispetto a una posizione fissa, ma non può diventare un cavallo di Troia nella corsa al ribasso dei diritti sociali.

La discussione in merito alla digitalizzazione e dell’innovazione è ampia, e sarebbe necessario affrontare tematiche anche molto diverse, come per esempio le opportunità e i pericoli che esse creano per il sistema democratico occidentale. Rimane una constatazione di fondo: serve una visione olistica e orientata al futuro per poter essere un player globale dell’innovazione. Senza leader industriali, l’Europa e l’Italia perderanno la sfida con paesi che negli ultimi anni hanno lavorato in modo molto più strategico. Nokia era leader di mercato solo dieci anni fa, adesso tutti i principali produttori di telefoni sono americani o asiatici. Altri paesi hanno capito subito l’importanza di fare sistema fra università e industria, di costruire cluster con multinazionali e PMI, di fare investimenti pubblici mirati a supportare l’innovazione e la specializzazione.

La strategia Europe 2020, e il Piano Nazionale Industria 4.0 del Ministero dello sviluppo economico sono segnali che vanno nella direzione giusta, ma per rimanere al passo con l’Asia è necessario investire in modo più strategico in un futuro digitale, sostenibile e sociale. Soprattutto, è indispensabile fare in modo che quel futuro non coinvolga solo Londra, Barcellona o Milano, ma tutti i centri abitati europei, così che l’innovazione crei convergenza invece di creare nuove divisioni economiche, sociali e culturali fra i cittadini e i territori europei.

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