En attendant Macron, spunti critici tra primo turno e ballottaggio.

Passati i primi commenti a caldo, cominciano a delinearsi con più nettezza le conseguenze politiche del primo turno delle presidenziali francesi, un voto che cambia in modo radicale non solo il sistema politico del paese, ma che potrà avere un impatto profondo sull’assetto istituzionale UE e sulla ridefinizione delle famiglie politiche europee nel lungo periodo.

Alcuni spunti in vista di futuri approfondimenti su PSE, sovranità, europeizzazione della politica.

Le due France

Lo shock del No al referendum costituzionale nel 2005 – l’evento che secondo molti commentatori ha qualificato definitivamente la Francia come vero malato d’Europa – sembra aver lasciato una traccia indelebile nel paese. La somma del voto per Le Pen e Mélenchon procede in continuità geografica e sociale con quella stagione, una prospettiva certamente poco incoraggiante guardando alle sfide che verranno, ovvero il secondo turno, le legislative e soprattutto la gestione delle riforme future.  Il Front National ha preso il 3% in più del suo risultato storico, non si è trattato quindi di una valanga impetuosa. Sebbene emerga nettamente che due terzi dei francesi sia fieramente anti- Le Pen, rimangono pericolosamente sospesi tanti nodi nel rapporto tra opinione pubblica e UE. Considerando infatti i risultati di Marine Le Pen, di Fillon e di Mélenchon il sostegno interno verso un’Europa federale come delineata da Macron non appare certo maggioritario, a scanso dei trionfalismi suscitati in questi giorni.

Nuova Epinay o fine della sinistra?

Già la mattina seguente alle presidenziali il segretario generale del movimento di Emmanuel Macron affermava con convinzione: “il nuovo partito di Epinay si chiama En Marche”. L’impatto del voto di domenica sul Partito Socialista è enorme e non a caso sono in molti a ricordare il congresso fondativo del socialismo francese, appunto Epinay nel 1971, che avvenne come reazione alla pesantissima sconfitta del 1969, nata anche dall’incapacità di comprendere i movimenti della nuova sinistra sessantottina.  Rimettere insieme le componenti del PS, che pare davvero tornare a una situazione di divisione programmatica interna pre-mitterandiana,  sembra molto difficile. L’ampio divario con Mélenchon confina il PS in una condizione di junior partner di un nuovo (non scontato) orientamento a sinistra e sembra archiviare il tentativo – cercato con il lavoro dell’economista Piketty, ispiratore del programma di Hamon – di una via socialdemocratica europea tra Hamon e la France Insoumise.

L’imbarazzo di Hamon, il primo a parlare domenica sera, era palpabile nell’ammettere la pesante sconfitta, tutto indirizzato ad attribuire alle divisioni endogene il primo motivo della sconfitta del PS: “Ne abbiamo abbastanza di questa follia autodistruttrice della sinistra “. La scadenza delle legislative tra un mese non pare rendere possibile un’inversione di tendenza rapida senza passare prima per una profonda scelta strategica ed indentitaria sul rapporto con Macron e con il suo elettorato.  Quel Macron , già definito in precedenza avversario, che domenica sera Hamon invitava ovviamente a votare, “anche se non appartiene alla sinistra”..

E d’altronde il candidato di En Marche entra in collisione con la parabola del PS proprio per aver dato voce convincente, in un contesto ideologico identitario come quello francese, a una visione nuova dei cleavage e delle linee di frattura sociali che in Francia ha faticato a imporsi più che altrove in Europa.

 

Dall’Eliseo verso Bruxelles passando per Berlino

Come scritto dall’editorialista economico Walter Munchau pochi giorni fa, la sfida principale per Macron, se eletto presidente, sarà il confronto con la Germania sul nodo irrisolto del surplus tedesco e sulle risposte da trovare agli squilibri interni all’eurozona. Macron sembra essere il più fervido sostenitore di sempre dell’asse franco-tedesco, come premessa del rilancio dell’integrazione politica nell’UE.

L’importante discorso da lui tenuto alla università Humboldt di Berlino a gennaio ne è stata una dimostrazione lampante: nel suo programma di governance per la riforma della zona euro e per una stagione di riforme istituzionali in Europa la diarchia con Berlino è stata definita chiaramente in quella occasione (e in modo enfatico con molti passaggi pronunciati in tedesco) come il pilastro unico del rilancio dell’Europa. Conoscendo la premessa, andrà verificata fin da subito la reale volontà di estendere il partenariato anche verso l’asse Sud dell’Europa, un’esigenza ancora più pressante dopo la Brexit, nell’attesa magari di qualche gesto a effetto, come fecero sia Hollande che prima ancora Sarkozy rievocando in modo plastico gli incontri franco-tedeschi appena insediati presidenti, sulla scia di Adenauer e De Gaulle e del loro più famoso incontro a Reims nel 1962.

Pro-Europa versus non-Europa: davvero queste le ultime categorie politiche rimaste?

La capacità di Macron di utilizzare l’Europa come messaggio positivo, costitutivo del proprio fondamento programmatico, è stata largamente enfatizzata come prima occasione di risposta della ragionevolezza politica contro i facili proclami populisti euroscettici. E’ certamente vero che oggi la polarità politica all’interno di larga parte dell’opinione pubblica europea si esprime sulla scelta o sul rifiuto dell’Europa, ma riempire di senso europeo una visione progressista dell’Europa è in fondo ciò che Macron, per sua stessa ammissione, ha detto di voler realizzare, senza mai prefigurare un’impostazione neutra del proprio progetto politico.

La questione più in profondità è capire se nella nuova polarità tra società aperta e protezionismo (che è poi un aspetto ancora più lato della stessa dicotomia Europa contro non Europa) si possano trovare argomenti convincenti nel lungo periodo per l’elettorato delle nuove periferie del sistema. La geografia politica della Francia indica una Le Pen vincente in quasi 20.000 comuni (per lo più molto piccoli), contro i 7000 di Macron e i 6000 di Fillon: sono le aree appunto della piccola Francia, dove si annida il disagio sociale e identitario contro la globalizzazione e l’immigrazione. E’ un trend globale già analizzato nel caso della Brexit e delle elezioni USA, uno scenario in cui alla maggioranza silenziosa si contrappone Londra che vota Remain, New York che boccia Trump, Parigi che umilia la Le Pen con percentuali ridicole.

Il nodo rimane il medesimo che arrovella la sinistra di governo in Europa da vent’anni: chi a sinistra è in grado di comporre una visione aperta, internazionalista, con la difesa delle classi medie impoverite e delle fasce di reddito escluse dai benefici della globalizzazione? Come dare una visione progressista popolare al progetto di integrazione europea uscendo dal giustificazionismo che cova dietro un approccio “Europa versus Non-Europa”? Dormire sonni tranquilli cullandosi sulle somme algebriche e sulle dichiarazioni di voto rischierebbe di aprire una prateria alla Le Pen e ai populisti, non solo in vista dell’esito del secondo turno delle presidenziali, ma più in generale nella prospettiva di una mancata comprensione dell’evoluzione in corso nell’elettorato francese ed europeo.

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