Elezioni in Baviera, basta davvero un tocco di verde per rilanciare i progressisti europei?

I titoli odierni dopo le elezioni in Baviera rappresentano una sorta di sospiro di sollievo collettivo. Gli xenofobi anti europeisti non hanno sfondato mentre il frame narrativo si sposta sulla vittoria dei Verdi. Un passaggio importante che -assieme alle elezioni svedesi e in precedenza a quelle olandesi- ci regala un  panorama piuttosto variegato rispetto al rischio di sovranismi dilaganti e inarrestabili. Quello di una soglia massima fisiologica per i partiti nazionalisti o propriamente xenofobi è un trend che sembra ormai consolidarsi e che, seppur indirettamente, può dare coraggio al fronte democratico ed europeista. Rimane tuttavia la preoccupazione che l’effetto di spill-over sui partiti del blocco tradizionale conservatore-popolare sia ormai in piena realizzazione e che quindi lo scivolamento a destra delle forze all’origine dell’europeismo continentale possa continuare ancora.

Perché infatti, mentre l’Europa esce rafforzata da questa elezione, i partiti tradizionali che hanno governato il continente negli ultimi cinquant’anni escono con le ossa rotte e con un panorama ideologico ormai più che superato. La Germania ancora una volta, per posizione geopolitica, peso demografico e per composizione sociale può presentare delle anticipazioni molto rilevanti delle possibili evoluzioni nel sistema politico europeo. In Baviera la CSU resta primo partito ma sotto la soglia minima (per loro) del 40% mentre il partito socialdemocratico  ormai si ferma sotto il 10%. Entrambi i partiti perdono sulle ali e soffrono in un’arena politica radicalizzata dove a vincere sono identità forti (liberal o radicalmente conservatrice) mentre il centro politico si riduce. Se un tempo le elezioni si vincevano conquistando i voti moderati oggi si vincono sempre più mobilitando e entusiasmando la propria base.

Le proiezioni per il prossimo Parlamento europeo vedono i Verdi in crescita in Germania e in Belgio (dove sono usciti chiaramente vincitori delle amministrative), ma da qui a immaginare “un’onda verde” a maggio del prossimo anno ce ne passa. Soprattutto perché l’essenza stessa dei movimenti ecologisti tra gli anni ‘80 e 2000, ovvero partiti ascrivibili alla tradizione della sinistra a tratti perfino radicale, è in mutamento repentino. Occorre quindi attenzione alla facile conclusione di uno spostamento tout court degli elettori della sinistra verso gli ecologisti europei. E’ indubbio che i Verdi siano diventati oggi l’esempio accademico del mutamento da “single issue” party, come erano catalogati trent’anni fa, al modello di “catch-all-party” che è alla base dei moderni partiti di massa. La scommessa della nuova classe dirigente verde di ergersi a partito progressista liberale, espressione delle classi urbane interessati alle politiche dell’innovazione sembra essere riuscita in larga parte.

Tuttavia, sarà molto interessante cogliere la tendenza in corso all’interno del movimento verde verso la definizione di un’immagine perfino conservatrice del partito. Ciò che poteva sembrare un paradosso rispetto ai tempi del radicalismo sessantottino di Fischer e compagni, ovvero la configurazione di una tendenza di centrodestra liberale tra i verdi, potrebbe perfino emergere come linea prevalente. Basterebbe guardare al grande successo elettorale e di popolarità del Ministerpräsident del Baden Württemberg, Kretschmann, il cui recente libro che traccia un nuovo manifesto verde conservatore viene considerato come il punto d’inizio di una possibile svolta di sistema per l’intera politica tedesca. Svolta che peraltro la stessa cancelliera Merkel già cinque anni fa, prima di proporre la Grosse Koalition alla SPD, aveva provato a realizzare cercando di tentare i Verdi, non ancora maturi in quella fase. La storia del recente accordo di dodici mesi fa, poi fallito a causa dei liberali, mostra appunto come la strada testata dalla cancelliera avesse un fondamento politico e sociale.

Un excursus sull’evoluzione all’interno dei Verdi e sulla loro abilità a diventare un catch-all-party non cancella tuttavia il dato di fondo: ai partiti senza un’identità chiara sarà riservata una sconfitta elettorale cocente alle prossime elezioni. I socialisti, sfibrati da anni di governo di collaborazione con i popolari, sono in difficoltà proprio perché quell’identità l’hanno persa (contrariamente ad esempio a quanto accade in Spagna o in Portogallo).

Eppure c’è bisogno oggi più che mai di un partito in grado di contenere un’identità chiara ma ampia. Capace di tenere assieme tanto le città “globaliste” quanto le periferie operaie. Un progetto di una nuova classe media progressista, europea, fondata sui diritti, sul lavoro e sulla difesa del sistema di welfare.

Se i socialisti non sapranno rispondere alla chiamata della campana che continua a suonare rischiamo di svegliarci il 27 maggio prossimo in un’Europa magari non sovranista, ma di cui certamente non saremo più baricentro politico e quindi solamente una pedina (o junior partner di terza categoria, per dirla meglio) in un nuovo scenario di alleanze.

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