E se fosse già nata l’America post-tocquevilliana? Riflessioni su US election, Europa e PSE

di Martin Schulthes  PD Bruxelles 

Dietro le macerie della scompostezza che Donald Trump è riuscito ad imporre alla campagna elettorale USA, forzando i media ad un’inquadratura sempre più stretta sui due contendenti, quasi da incontro pugilistico, è rimasto fuori campo lo scontro di idee, di visione politica e di programma di governo su cui i rispettivi partiti da mesi si combattono.

Inosservato è sopratutto il nuovo algoritmo politico che ha spinto i Repubblicani sempre più a destra, ma anche gli stessi Democratici a sinistra, e che ha posto così fine alla vecchia pratica della corsa al centro. La conclusione, per i Democratici, di una coalizione che mirava ad annacquare lo scontro dialettico e che era fondata su alleanze che aggregavano micro-trend e vari piccoli raggruppamenti, come era successo nei anni ’90 con Bill Clinton. E’ la fine di una strategia che vide proprio Clinton come maestro nell’arte di inseguire una linea di demarcazione tra destra e sinistra sempre più sottile, sempre più ago della bilancia, con la quale andare a grattare l’elettorato del campo avverso (come seppe fare, quindici anni prima, Ronald Reagan negli anni ’80 a danno dei Democratici).

Nell’America che non è mai stata ideologica ma da sempre solo e visceralmente dialettica (il maggioritario secco serve a questo !) gli anni ’90 furono forse il momento di massimo ammorbidimento dello scontro. Ma non poteva durare, perché il centrismo non è un principio di governo sul quale l’America è fondata e i Democratici ne pagarono le conseguenze già nel 2000, con l’imprevisto risultato di un terzo candidato a sinistra più massimalista, Ralph Nader (non diversamente da quanto successe 8 anni prima, per i Repubblicani, con il terzo incomodo libertario Ross Perot).
Dopo due mandati di Obama, tutto questo è finito. Tocca a Hillary Clinton perfezionare il nuovo algoritmo con il quale si assemblano le truppe elettorali a sinistra e vincere un terzo mandato democratico.
Visto dall’Europa, tale paradigma è rilevante anche perché sancisce la fine di quel pregiudizio tocquevilliano, tutto europeo, con il quale intellettuali di sinistra e di destra hanno sempre amato guardare la democrazia americana dall’alto. Il luogo comune coniato da Tocqueville, cioè, che la democrazia in generale, e quella americana in particolare, è una macchina che inesorabilmente produce conformismo e bigotteria. Lo fece da nobile europeo, arresosi all’inevitabilità storica della democrazia, un po’ churchillianamente ante litteram, come «il peggiore sistema politico, tranne tutti gli altri ». Ma lo fece anche, per la grande gioia postuma degli intellettuali europei, da nobile francese scalzato dalla Rivoluzione, che dall’Europa vedeva la neo-democratica America come un Paese che del conformismo e del provincialismo faceva un valore politico in sé. E uno dei segni della longevità del luogo comune coniato da Tocqueville continua ad essere l’immancabile sarcasmo, che fa sempre tendenza, nei confronti del politically correct, deriso come americanata in nome di un presunto primato dell’Europa in materia di libertà di pensiero e di espressione.

Uno dei motivi per il quale l’ironia anti-politically correct rimarrà dura a morire, è che esso è sempre stato un codice di comunicazione tutto europeo, con il quale dare sfogo allo storicismo e all’anti-multiculturalismo, che a sua volta altro non è che il meno sofisticato, più logoro e screditato anti-cosmopolitismo.

Proprio per la sinistra europea, invece, è importante notare il metodo e il pilastro culturale con cui i Democratici hanno architettato l’alleanza con la quale portare Hillary Clinton al governo, ovvero rivendicare le proprie radici di paese di emigrati. E di conseguenza, il proprio essere anti-bigotto rispetto al diverso, nei confronti di tutti i gruppi e di tutte le minoranze, non solo etniche, ma anche religiose e sessuali.

Nel terzo ed ultimo dibattito presidenziale, Hillary Clinton, ha dichiarato, di voler essere il Presidente dei diritti della Comunità LGBT. E sulla questione degli immigrati i suoi spot elettorali non esitano a riprendere una battuta di Obama, che ricorda agli americani che non solo lui, ma chiunque non sia un nativo indiano, non può dirsi non-immigrato.

A volerla buttare veramente in politica, uno dei discorsi politicamente più lucidi ed espliciti in questo senso è stato quello di Michelle Obama che, in un evento in Arizona, senza mai nominare Trump, lo ha bollato con un ricco, vissuto isolato nei suoi quartieri chic. In fondo Trump, aggiungeva Michele, forse non odia, ma ha più semplicemente paura – perche non li ha mai visti nella propria vita e nei suoi quartieri upper-class – di immigrati e musulmani. Che per lei invece, cresciuta nei quartieri bassi di Chicago, sono vicini e chiama suoi fratelli.

E’ il ritorno ad una retorica e dialettica della fratellanza, che è stata alla base dell’America, sin dai tempi di Jefferson, e se vogliamo anche del primo socialismo europeo. Con la vittoria di Hillary Clinton, non sarà facile per la sinistra europea continuare a considerarsi storicamente più a sinistra e progressista dell’America. E certamente neanche meno bigotta e meno provinciale culturalmente, il che, probabilmente, è tutto di guadagnato.

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