Dopo Hollande, quale sinistra per la Francia?

La scelta di Francois Hollande di non ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali toglie il Partito Socialista francese dall’imbarazzo di dover considerare come un fatto già compiuto il ripetersi di un nuovo 2002, l’anno dello shock del superamento del Front National di Le Pen padre su Lionel Jospin. E’ con gli occhi a quell’evento, infatti, che andrebbe letta l’evoluzione dei posizionamenti interni al PS, un partito che da almeno quindici anni vive in una crisi di identità politica che solo i fallimenti della presidenza Sarkozy hanno saputo oscurare aprendo la strada a Hollande.
Come nel 2002, la priorità è fare di tutto per fermare il Front National ed è su questo obiettivo prioritario che sembra essere stata orientata la strategia di Cambadélis, il segretario nazionale del PS, che più di tutti ha spinto per l’indizione delle primarie del centrosinistra (che saranno il 22 e 29 gennaio), nell’obiettivo di tenere aperte più opzioni possibili che potessero garantire uno stop della Le Pen.
In questo contesto, la vittoria di François Fillon ha aperto uno spazio politico nuovo e c’è da credere che sia sulla base di questa fondamentale considerazione, e non solo sui sondaggi negativi, che Hollande sia stato alla fine spinto a cedere: senza più avere in campo Alain Juppé né Francois Bayrou, l’occasione per il PS è di potersi intestare in prima persona, contendendolo direttamente a Macron, un blocco di consenso più largo della sola sinistra e di reinventare un sistema di alleanze sociali che possano mettere fine al dilemma identitario della sinistra francese.
In fondo, quello che potrebbe avvenire in Francia, con le dovute differenze di natura istituzionale e di sistema politico, è simile alla riaggregazione e modernizzazione del campo del centrosinistra in funzione innanzitutto antitetica al populismo di Berlusconi come avvenne da noi per la nascita dell’Ulivo e poi del Partito Democratico. Un movimento che adesso è reso urgente dallo spostamento in senso ancora più conservatore della destra francese, unita sotto Fillon da una comune rivalutazione dell’idea nazionale.
Una tendenza, quest’ultima, cui non è immune nemmeno una parte importante della sinistra di governo in Francia: il posizionamento di Arnaud Montebourg, principale carta della gauche francese interna al PS e rivale numero uno di Manuel Vals (di cui si attende a breve l’annuncio di candidatura), è infatti un mix di accenti da fuori sistema con tonalità sembrate a tratti golliste.
Non a caso, quindi, la sfida nel centrosinistra francese e la contendibilità elettorale di queste primarie sarà proprio sul crinale “nazionale versus sovranazionale”: la nuova enfasi anche a sinistra dei valori identitari, nell’obiettivo di non lasciare campo al Front National, ha in Francia anche una specificità peculiare, erede della “gauche républicaine” dell’ex ministro Chevènement.
E’ fin troppo facile purtroppo ritrovare in queste posizioni gli echi di quella frattura nella società francese che portò alla bocciatura del Trattato Costituzionale nel 2005, una frattura che chiama in causa in primo luogo il rapporto della sinistra con la globalizzazione e con il tema della sovranità.
Una tendenza quindi di cui la Francia fu antesignana nei sistemi politici europei e che torna ora in superficie, mettendo in discussione la tradizionale divisione tra destra e sinistra e caratterizzando quindi le prossime primarie francesi, nuovamente, come uno scontro tra la sinistra del SI e la sinistra del NO (il parallelismo con le vicende italiane può sembrare forzato, ma questa divisione ne è una logica e naturale proiezione su scala europea).
E’ su questo solco che il PS può giocare la sfida del post-Hollande: dare una trazione progressista a un elettorato potenzialmente molto vasto, spaventato da uno scivolamento verso gli estremi della destra e di parte della sinistra. E lo potrà fare solamente a patto di cercare di riempire questo spazio con nuove proposte di politiche sociali più avanzate, contrapposte al liberismo di Fillon e fortemente fondate su una risposta positiva, che non sia giustificazionista ma nemmeno di rifiuto millenarista, ai nodi posti dalla sovranità e dalla globalizzazione. Questa è la prospettiva immediata sul piano elettorale della prossima primavera. Tutta da verificare invece, sul lungo termine, la sostenibilità di tale scenario all’interno del PS, un partito preso da troppo tempo tra queste difficili linee di frattura programmatica e identitaria.

 

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