CRESCITA – LE NOSTRE PROPOSTE

Come un’Europa di progresso potrà avere un effetto leva per il nostro Paese

Da trent’anni l’Italia cresce poco o nulla.  Questo si traduce in un’insufficienza di posti di lavoro e in redditi che aumentano molto poco.  Nel 2018 il nostro livello di PIL pro-capite in termini reali era simile al 1999, in media oggi guadagniamo come venti anni fa.

Questo basso tasso di crescita è in piccola parte dovuto alla bassa crescita attuale di tutti i paesi industrializzati, ma è dovuto soprattutto a dei fattori interni italiani che fanno sì che il nostro paese negli ultimi anni sia stato quello con il più basso tasso di crescita nell’Unione europea e nell’eurozona.

I ritardi dell’Italia, d’altronde, derivano anche da problemi intrinseci all’intera eurozona, che non dispone ancora di tutti gli strumenti necessari per far fronte ad una nuova possibile crisi e a strumenti davvero comuni per programmare una crescita economica. È questo, archiviata la fase cieca dell’austerità, il contesto entro cui costruire politiche di progresso e in cui caratterizzare una campagna contro le forze che spingono contro maggiore integrazione e crescita.

La creazione di strumenti automatici di redistribuzione, infatti, è stata a lungo in discussione a livello europeo in questi anni, prima di tutto su proposta dei governi PD e frenata dai paesi a guida conservatrice e liberale, per introdurre misure di stimolo alla crescita: si tratta in primo luogo di forme di garanzia a livello europeo dei depositi bancari fino a 100mila euro o di assicurazione contro la disoccupazione in parte da finanziare da un fondo dell’eurozona.

E’ il momento anche di realizzare finalmente la tanto discussa proposta di un bilancio specifico per l’eurozona, che potrebbe finanziare investimenti pubblici senza gravare unicamente sui bilanci nazionali. Per attuarla, va risolto finalmente il problema fondamentale della fiducia tra governi e tra le istituzioni europee e il nostro Paese, perché appunto a nuovi investimenti deve corrispondere una decisa azione di riforma sui nodi cruciali e strutturali di ritardo del Paese.

L’Italia ha certamente un problema di ridistribuzione delle ricchezze e necessita pertanto di misure di riduzione della povertà, come introdotte infatti dai governi a guida centrosinistra fino al 2017.

Prima di immaginare soluzioni radicali, tuttavia, occorre fare i conti con le nostre inadempienze e ritardi, dovuti a:

–        una eccessiva ripartizione di competenze tra troppi enti,

–        un’inefficienza della pubblica amministrazione,

–        una diminuzione degli investimenti pubblici in misura maggiore ad altri paesi europei,

–        la lentezza della giustizia, soprattutto quella civile,

–        una spesa per la ricerca e l’innovazione molto bassa,

–        un uso molto limitato delle tecnologie digitali,

–        infrastrutture di trasporto e comunicazioni non all’altezza, soprattutto al Sud,

–        scarsità di investimenti esteri.

L’Europa ha offerto in tutti questi anni un quadro di spunti e linee guida per intervenire sulla qualità della nostra economia e sul funzionamento delle nostre amministrazioni, ma in assenza di competenze europee (l’Europa non è un super Stato!) sta a noi, elettori e militanti di base, trovare la forza e il coraggio per sostenere riforme e modifiche reali allo status quo del Paese.

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