Cosa è successo al Consiglio Europeo: finalmente un passo avanti da parte dei capi di Stato e di governo.

 

 

 

Commento per i circoli e i militanti del Partito Democratico 

 

L’accordo di ieri sera sul Recovery Fund è una notizia positiva, un passaggio politico importante, non solo per il fatto che finalmente sia stata trovata una posizione comune tra i capi di Stato e di governo.

 

Fino a un mese fa alcuni governi facevano muro, convinti che una risposta anticrisi, Paese per Paese, con l’ombrello Bce per tutti, sarebbe stata sufficiente. Ha prevalso invece la linea di chi, come l’Italia, la Francia, la Spagna e gli altri Stati firmatari della lettera di fine marzo, chiedeva misure straordinarie e di vera solidarietà. 

 

Per un giudizio complessivo sulla risposta europea, dopo gli oltre 500 miliardi messi a disposizione con la decisione dell’eurogruppo di due settimane fa, mancava il quarto pilastro, costituito dal Recovery Fund: l’accordo politico di ieri sposta finalmente un po’ più avanti il percorso dell’integrazione politica ed economica ed è un punto che va sottolineato con forza.

 

Ora, anche se in attesa dei dettagli finanziari e tecnici della proposta che la Commissione Europea presenterà il 6 maggio, sappiamo con certezza che potremo contare su un fondo per la ripresa, uno strumento che nella storia delle istituzioni europee non si era ancora mai visto. La sua dotazione dovrà necessariamente rappresentare un punto di incontro tra chi come Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia chiede che questo si basi sui fondi del bilancio comunitario ed emetta delle obbligazioni fino a 1500 miliardi di euro  che possano garantire sia prestiti che sovvenzioni agli Stati membri e chi, come Austria, Finlandia e Paesi Bassi si mostra restio alla linea dei trasferimenti (cioè finanziamenti a fondo perduto, dei veri bond europei). 

 

Per la prima volta, dopo gli anni bui dell’austerità, il bilancio europeo sarà aumentato, permettendo quindi di lanciare il Recovery Fund grazie all’utilizzo dello spazio tra pagamenti e impegni di bilancio (come si dice in linguaggio tecnico): si tratterà di un incremento importante, che creerà lo strumento per fornire prestiti e trasferimenti ai Paesi.

 

In aggiunta all’importante decisione sul Recovery Plan, la riunione di ieri ha dato anche il via libera all’accordo dell’eurogruppo (qui la nostra precedente analisi più in dettaglio) da oltre 500 miliardi, che si compone di:

 

  • 240 miliardi di prestiti a disposizione (circa 37 per l’Italia) dal MES- Meccanismo europeo di stabilità, che si attiva solo su richiesta e che sarà senza alcuna condizionalità, senza nessuna Troika – come confermato dalle istituzioni europee- e i cui fondi dovranno essere destinati a coprire le spese sanitarie dirette e indirette, 
  • sostegno alle casse integrazioni nazionali (100 miliardi in totale, per l’Italia possibile arrivare fino a 20), attraverso il meccanismo SURE, che costituisce la base di un futuro schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione,
  • nuovi prestiti della Banca europea degli investimenti per 200 miliardi destinati alle imprese, soprattutto quelle medio-piccole.

 

A queste misure si aggiungono la scelta di sospendere il Patto di Stabilità, per permettere agli Stati di agire con urgenza per salvare le proprie economie, e la nuova flessibilità negli aiuti di Stato e nell’uso dei fondi strutturali (soldi freschi per aiutare imprese e territori). 

E poi, come cappello della risposta europea,  non va assolutamente dimenticata la tranquillità garantita dagli interventi annunciati dalla BCE (che potrebbero essere sicuramente aumentati, se necessario) per una cifra complessiva fino al 2020 pari a 1100 miliardi.

 

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