Consiglio Europeo 15 dicembre – Commento EUdem

Si è conclusa ieri notte la riunione del Consiglio Europeo, seguito da un fugace incontro a 27 dedicato al tema della Brexit e che ha quindi escluso, come succede da settembre, Theresa May.
Un vertice breve – e non è un bel segno – nonostante le molte crisi aperte e la delicatezza di alcuni dei punti all’ordine del giorno, quali l’accoglienza dei rifugiati, l’emergenza in Siria, le relazioni con l’Ucraina (con la Russia a fare da sfondo), l’occupazione giovanile.

Il terreno politico del Consiglio appare da sempre come quello più imperscrutabile tra i vari livelli istituzionali europei. Le opinioni pubbliche sono state abituate a leggere in tutti questi anni le critiche contro l’incapacità dell’Europa di assumere decisioni efficaci in grado di dare risposte ai diversi fronti aperti. Puntare il mirino su un’Europa indistinta, eludendo le reali responsabilità di ogni singolo governo, è troppo facile come bersaglio, ed è solo con una nuova articolazione politica del confronto tra gli Stati che le tante crisi aperte potranno iniziare ad avere una svolta. C’è innanzitutto un problema di trasparenza e accountability: i governi tendono spesso a nascondere le opzioni espresse in sede di Consiglio proprio per evitare una co-responsabilità. E anche in conseguenza di questo, vi è anche una assenza di volontà politica di investire su una maggiore distinzione politica tra le posizioni dei diversi governi che non tenga conto solo di interessi strategici nazionali. La tensione tra dimensione intergovernativa e sovranazionale è l’asse portante della storia dell’integrazione comunitaria, quello che però si sta consolidando negli ultimi anni – e che Juncker è riuscito ad attenuare solo in parte rispetto all’era Barroso – è un progressivo isolamento del Parlamento, condizione accentuata dalla crisi di legittimazione degli organi comunitari. Lo ha ricordato bene Martin Schulz partecipando al suo ultimo Consiglio in veste di Presidente del Parlamento europeo: è solo rafforzando le istituzioni democratiche e rappresentative dei cittadini europei che si potrà rispondere ai disegni demagogici e populisti di chi suggerisce un ritorno all’epoca dei nazionalismi.

E invece, è proprio su questa pericolosa crescita dei sentimenti nazionalisti che si sta allargando esponenzialmente un’altra faglia che minaccia il futuro dell’integrazione comunitaria, ovvero quella tra i primi Paesi fondatori e gli Stati membri di più recente adesione, soprattutto quelli dell’Europa centro-orientale, schiacciati dalle pressioni geopolitiche dell’ascesa russa e ostinatamente contrari ad accettare un principio di solidarietà interno all’UE. E’ anche in quest’ottica che deve essere letta l’attesa crescente attorno al riassetto dei vertici comunitari: gli occhi sono puntati proprio sul Consiglio, il cui Presidente, il polacco Tusk, pur se messo in discussione dal governo della nuova destra del proprio Paese, offre un contrappeso istituzionale a questo difficile equilibrio con l’Est del Continente.

Il confronto in seno al Consiglio europeo di ieri ha riflettuto queste linee di frattura, vediamo più in dettaglio quali sono stati i punti discussi:

Siria
E’ stato sicuramente toccante vedere il sindaco di Aleppo prendere la parola all’inizio dei lavori del Consiglio. Davanti alle atrocità di queste ore e a uno scenario geopolitico in cui l’Europa appare esclusa, i governi europei sembrano pero’ travolti dagli eventi e dall’impossibilità di andare oltre una pressione diplomatica per garantire i corridoi umanitari (encomiabile in questo senso la mediazione esercitata, non senza risultati, dall’Alto Rappresentante Federica Mogherini). Solo poche settimane fa, nell’ultimo summit di ottobre, le conclusioni del Consiglio promettevano di considerare « all available options », di fronte al proseguire dei massacri. Oggi per bocca degli stessi Tusk e Merkel l’UE confessa la propria impasse, che è in primo luogo uno scacco diplomatico nei confronti della Russia.

Ucraina
Il caso del negoziato commerciale UE-Ucraina spiega bene la tensione che stringe le opinioni pubbliche europee, prese da un lato, nei paesi fondatori o di più antica adesione, dalle preoccupazione nei confronti degli arrivi di cittadini comunitari dall’Est, visti come potenziali concorrenti in materia di welfare e occupazione (il caso Brexit insegna..). Dall’altro lato, sul versante orientale dei nuovi Paesi membri, l’impatto psicologico delle pressioni russe porta a dare la massima attenzione a spingere l’Europa verso un confronto piu duro con Mosca, fino anche ad aprire spiragli per ulteriori partenariati e allargamenti con altri paesi dell’ex blocco sovietico.
E’ in questo contesto che si e’ inserito il voto negativo del referendum olandese di qualche mese fa contro l’accordo commerciale Bruxelles-Kyev, e che ha trovato un impasse a livello di Consiglio Europeo solo con una sibillina dichiarazione finalizzata a rassicurare gli elettori olandesi.
Per alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale tuttavia – il cosidetto V4, ovvero Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia – la prospettiva futura di una Ucraina piu legata all’UE e alla NATO rimane invece una priorità di confronto diplomatico, come dimostra la nota comune diffusa poche ore prima dell’avvio del Consiglio e che rende sempre più palese ormai l’azione comune di questo blocco ideologico e geopolitico.
A fare da sfondo ovviamente è il tema delle relazioni con la Russia, sulle cui sanzioni imposte dall’UE l’accordo raggiunto è stato per un proroga di soli sei mesi, in un contesto di particolare incertezza fino all’entrata in carica della nuova amministrazione Trump.

Immigrazione
La divisione principale con i paesi dell’area centro-orientale, come è noto, verte sull’obbligo di accoglienza dei migranti richiedenti asilo. Il vertice ha scongiurato che venisse accolta la proposta slovacca e di altri paesi dell’Est di « effective solidarity », ovvero una lista di misure alternative finanziarie e organizzative per i paesi che non vogliono rispettare le clausole di soldarietà.
Le conclusioni del Consiglio citano ora la prospettiva di un consenso da raggiungere entro giugno sulla riforma del sistema di asilo e sugli schemi di accoglienza. Consenso significa unanimità, che prelude quindi un difficile negoziato e soluzioni probabilmente meno ambiziose di quanto richiesto dai paesi in prima fila nell’emergenza, su tutti Italia e Grecia. A fare da sfondo nella scelta di questa impostazione e della tempistica della decisione sono le elezioni tedesche, fissate a settembre, scadenza entro cui la cancelliera Merkel vuole portare un risultato concreto che impegni tutti i Paesi.

Brexit
In attesa dell’apertura formale della procedura di uscita dall’UE (attesa per la primavera), il confronto inter-istituzionale rimane molto acceso tra governi e Parlamento sul metodo del negoziato e sul ruolo dell’assemblea di Strasburgo. « Il Parlamento europeo ottiene il diritto di sedere al tavolo dei bambini », commenta oggi un noto blog di affari europei. Si tratta in realtà di un importante passo avanti : dopo molte resistenze infatti, il negoziatore indicato dai gruppi politici, il liberale Verhofstadt, parteciperà alle riunioni degli sherpa, ovvero gli incontri preparatori prima del Consiglio europeo e del Consiglio Affari Esteri, ma non alle riunioni principali a livello di ministri e capi di Stato e di governo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *