Unione europea, il malessere del consenso italiano

di Lorenzo Ammirati

Attacchi speculativi, frontiere, spirali inflazionistiche, guerra, erosione del potere d’acquisto, violazione dei diritti umani. L’assenza o la presenza di tali termini marca la differenza nel vocabolario tra coloro che nell’Unione Europea sono nati e coloro che l’hanno vista nascere, la stessa differenza che passa tra il conoscere attraverso libri di storia e il conoscere attraverso la propria vita vissuta.

Eppure, non sempre la storia è maestra di vita; e così ci si ritrova alle porte del 2018 con un solo italiano su tre a ritenere positiva l’appartenenza all’Unione, una percentuale troppo bassa perché si tratti unicamente di una questione generazionale. Qual è, dunque, il malessere che unisce generazioni che attribuiscono all’Unione significati così diversi e che hanno esperito l’Unione in maniera così così differente? Cosa unisce coloro che danno per scontato l’Unione e i suoi effetti, e coloro che l’hanno vista nascere per una specifica volontà e un particolare progetto politico? La politica, appunto. In pochi, oggi, nell’Unione si sentono partecipi della vita politica Europea, e in pochi, pochissimi, hanno una visione politica sul futuro dell’Unione.

Troppo recenti sono gli episodi che hanno fatto dubitare dell’impronta marcatamente europeista del PD perché vengano dimenticati, dall’ambiguità sulla bandiera blu a stelle gialle durante la campagna referendaria del 2016, alla doppia retorica adottata a Bruxelles e a Roma su alcune manovre (vedi Fiscal Compact e gestione migranti). Talvolta, infatti, il confine tra una giusta e doverosa critica verso l’Unione, e un approccio più votato a scopi elettorali, è sembrato sfumato.

Fortunatamente, l’anima chiaramente europeista del Partito Democratico è tornata ad essere una dei punti fermi in vista della prossima campagna elettorale. Affinché, però, questa rinnovata fermezza verso l’importanza dell’Unione non venga vista come (o, ancora peggio, non sia soltanto) un atteggiamento dettato dalla contingenza, è necessario che venga articolata una visione di lungo periodo nei confronti dell’Europa. Questa visione, scaturendo da un partito come il PD, non può che essere democratica e progressista: democratica in quanto incentrata sui cittadini dell’Unione; progressista, in quanto portatrice di temi quali welfare europeo, diritti dei lavoratori europei e tassazione europea equa.

Solo una visione politica di largo respiro e di lunghe vedute, infatti, potrà ridare fiducia a coloro che sono rimasti delusi dalle evoluzioni che l’Unione ha avuto, e potrà scaldare i cuori di chi l’Unione la dà per scontata. E allora ben vengano i necessari aggiustamenti istituzionali atti a supportare tale visione, dal Ministro delle Finanze europeo unico, all’elezione diretta del Presidente della Commissione, fino alle liste transnazionali per il Parlamento Europeo. Verso il pieno compimento di quella visione politica europea capace di realizzare pienamente il concetto di cittadinanza e di sovranità europea, verso gli Stati Uniti d’Europa.

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