Comunicare l’Europa

di Stefano Campolo

Esaminare le sfide comunicative che l’Europa oggi pone è cruciale per un partito politico che intende competere nello spazio politico europeo.
Dotarsi di strumenti di analisi, comprensione e comunicazione sull’Europa è tanto importante – se non prioritario – quanto mettere a punto una strategia comunicativa sull’azione di governo e sulle proposte politiche nazionali. Occorre innanzitutto un salto mentale. Smettere di pensare la comunicazione dell’Europa intesa come mera promozione dell’UE come sorgente di un ‘output’ utile ai cittadini o alle imprese (quali i fondi europei o le opportunità offerte dal mercato interno), per adottare una visione più attuale che metta l’accento sulla posta politica in gioco: la dimensione dell’UE c’è e per moltissimi aspetti governa già. È quindi interesse e responsabilità di tutti comprendere i meccanismi democratici che offrono la possibilità di dare una forma e un colore alle politiche concepite a Bruxelles.

LA QUESTIONE DEL DEFICIT DEMOCRATICO EUROPEO: DOVE SONO I PARTITI NAZIONALI?
Persiste una questione di democrazia all’interno dell’UE, ma non è più quella discussa da anni, ovvero la presunta mancanza di rappresentatività democratica del Parlamento europeo come attore legislativo e di indirizzo politico. La vera questione è che continua a mancare un dibattito ed una comprensione dell’Europa all’interno delle forme nazionali della rappresentanza politica (partiti, sindacati, forze sociali). Certamente la presenza di un’opinione pubblica davvero pan-europea è ancora lontana dall’essere realizzata, ma negli ultimi anni sembra emergere una sfera di dibattito comune molto attenta a temi quali il TTIP, gli OGM prima e il Glifosato oggi, la crisi del debito greco e quella dei migranti, oltre al complesso delle politiche per la stabilità e la crescita a livello europeo. Se, tuttavia, le risposte politiche e l’analisi che gli attori tradizionali della rappresentanza democratica all’interno degli Stati continuano a dare sono solo di natura nazionale, sarà sempre più difficile spiegare agli elettori quali siano le possibili risposte e soluzioni europee sulle quali vale la pena di impegnarsi per ottenere risultati politici a Bruxelles.

INVOLUZIONE ANTIEUROPEA DELL’OPINIONE PUBBLICA ITALIANA
Nel 1990 l’Italia era il Paese più europeista d’Europa. Secondo i dati di Eurobarometro, il servizio della Commissione europea per la realizzazione dei sondaggi, il 73% degli italiani era favorevole alla formazione di un governo europeo che rispondesse politicamente al Parlamento europeo. Nessun altro paese degli allora 9 membri poteva vantare una percentuale così alta di cittadini pronti a cessioni di sovranità che, se realizzate, avrebbero lasciato al governo degli stati nazionali esclusivamente questioni di carattere regionale.
Ad agosto 2017 il totale degli italiani che giudicano totalmente positivo l’impatto dell’Unione Europea sulle loro vite era del 36%, in aumento dell’1% rispetto all’anno precedente. Si badi bene come a 27 anni di distanza, la domanda non riguardasse l’eventuale aumento di poteri delle istituzioni europee, limitandosi solo a un giudizio sulla situazione presente. Nonostante molte delle iniziative di maggior successo dell’Ue (dal mercato unico per le merci e le persone al cielo unico europeo, dalle norme per favorire la concorrenza alla tutela dei diritti dei consumatori, dalle politiche di sostegno ai territori economicamente svantaggiati alle provvidenze per l’agricoltura, solo per citarne alcuni) siano state sviluppate in questi 27 anni, più della metà degli italiani un tempo pro europea oggi la ritroviamo nel campo degli euroscettici o, al massimo, esprime la propria neutralità.

Sul tema del mercato unico, addirittura, siamo gli ultimi in Europa. Persino i britannici sono maggiormente favorevoli:

BRUXELLES, ABBIAMO UN PROBLEMA
Va detto che, soprattutto dopo il referendum britannico che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, è in atto una presa di coscienza collettiva rispetto ai problemi che viviamo nei singoli paesi, nelle regioni e nelle piccole comunità locali. Euroscetticismo, demagogia e populismo sono delle minacce serie al progetto di integrazione europea, non solo rispetto ai progressi futuri, ma in molti casi mettono in discussione gli stessi risultati faticosamente ottenuti in 60 anni di lavoro: pace, crescita economica e libertà di movimento in primo luogo. È un problema che si riflette soprattutto nelle province e nelle piccole città di periferia dove le persone, le imprese e le istituzioni sperimentano da tempo l’abbandono della popolazione più giovane, hanno pochi mezzi pratici e strumenti culturali per contrastare questi fenomeni e vivono la globalizzazione e l’integrazione europea come le cause della crescente marginalità. Le persone in questi luoghi si sentono escluse e in loro si radica il pensiero che Europa e processi di globalizzazione stiano uccidendo le rispettive comunità e persino la loro identità.

In questo contesto, i media locali e gli attori pubblici, politici ed economici che agiscono a livello municipale e regionale sono centrali. In molte zone d’Europa, certamente in Italia, la stampa locale qualsiasi sia il proprio supporto (web, carta, radio, tv) lavora su una rappresentazione della realtà verticale. Al contrario dei media nazionali che tendono a presentare le informazioni tematizzandole, quelli locali suddividono le notizie in base al luogo in cui avvengono i fatti. In Italia, dove i giornali locali sono proliferati dalla seconda metà degli anni Ottanta, vengono ancora oggi stampati fogli che vendono 2-3 mila copie al giorno e ci sono radio che hanno una audience massima potenziale di 10 mila ascoltatori. Per giustificare presenza e ruolo, questi media hanno nei decenni costruito una narrazione tendente a esaltare il localismo e il campanilismo. Invece di mettere in connessione le persone e di far circolare nuove idee, tali media edulcorano la realtà locale e raccontano come potenziale minaccia qualsiasi inferenza esterna. I tentativi fatti negli ultimi anni di coinvolgere e far partecipare i media ad attività dirette o indirette relative all’Unione Europea sono tutti falliti; al momento è persino difficile ottenere che giornalisti o collaboratori delle testate locali partecipino alle attività del Comitato delle Regioni a Bruxelles (no, neppure con il rimborso vengono a vedere come funzionano le istituzioni europee, anche quelle preposte alle politiche regionali. Lo ritengono una perdita di tempo). Come è facile intuire, l’ecosistema che ne deriva offre un palco privilegiato agli attori pubblici presenti sulla scena locale, in primo luogo politici ai quali non pare vero di esternalizzare la strutturale carenza di idee e di innovazione mascherandola con assenza di risorse da imputare ai governi nazionali e costrizioni normative da imputare all’Unione Europea. La debolezza dei partiti politici, soprattutto progressisti, non aiuta a controbilanciare gli aspetti negativi di questa immagine.

AFFRONTARE L’EURO-SCETTICISMO
Dove non c’è dibattito e disaccordo non si forma un’opinione pubblica. I dilemmi e gli interrogativi posti dall’euroscetticismo offrono un’ottima opportunità per far crescere la qualità della nostra comunicazione sull’Europa e per realizzare quel salto necessario a rendere europei (ma non necessariamente “europeisti”) i partiti nazionali. Bisogna essere in grado di rispondere senza ridursi ad un comodo giustificazionismo o all’elitarismo degli addetti ai lavori, ma collocando le tematiche e preoccupazioni sollevate dall’elettorato euroscettico nell’alveo normale e naturale di un’arena politica nuova, più larga, in cui diverse idee contendibili non si collocano più nel solo scenario nazionale. Gli euroscettici nei vari Paesi dell’UE, paradossalmente, riconoscono e utilizzano la sfera pubblica europea meglio e più di quanto non lo facciano i partiti più legati al progetto di integrazione comunitaria.

GLI ITALIANI SI SONO FATTI (ANCHE) CON LA TELEVISIONE. SI POTRÀ MATERIALIZZARE UNA COSCIENZA EUROPEA NONOSTANTE I SOCIAL NETWORK?
Nella seconda metà del novecento i mass media hanno avuto un ruolo decisivo in Italia nel processo di uniformazione socio linguistica degli italiani. La televisione, in particolare, è stato il mezzo predominante attraverso cui sono stati veicolati valori, modalità di comportamento e, in definitiva, una prospettiva nazionale a tutti i cittadini della repubblica. A partire dalla lingua, larga parte dei connazionali, specie nelle aree periferiche del Paese, ha imparato a riconoscersi come cittadino italiano proprio attraverso lo schermo televisivo. Del resto, la specifica modalità televisiva – un soggetto trasmettitore e milioni di ricettori passivi, combinata all’assenza di pluralità nel settore fino alla fine degli anni Settanta – ha facilitato questo processo. Le tensioni e spesso gli scontri di carattere politico erano riferibili ai temi principali, trovavano spazio nelle piazze delle città in forma collettiva, ma avvenivano in un quadro di sostanziale legittimazione del contesto istituzionale, burocratico, scientifico e sociale. La maggioranza degli italiani in definitiva si riconosceva come tale e riconosceva agli altri i medesimi diritti che sapeva assicurati a ciascuno, soprattutto rispetto alla libertà di espressione.

Oggi, a distanza di 63 anni dalla prima trasmissione televisiva in Italia (3 gennaio 1954), le tensioni raramente hanno uno sfogo diretto nella vita reale, ma trovano un terreno fertilissimo per crescere sul web e in particolare nei social media. Il cambiamento del mezzo e delle modalità di fruizione delle informazioni ha contribuito a cambiare non solo lo scenario generale quanto i comportamenti individuali. Internet prima e i social media poi consentono, secondo una retorica ormai diventata luogo comune, a ciascuno di diventare produttore di contenuti, editore di se stesso, promotore di idee, non importa quanto radicali, strampalate o assurde possano sembrare. L’esaltazione dell’individualismo che ne deriva, combinata con la progressiva delegittimazione dei media tradizionali – autoreferenziali e inclini ancora oggi nella storica tendenza a sottoscrivere l’agenda e gli interessi della politica e dei gruppi di pressione maggiormente strutturati – ci restituisce un ambiente in cui opinioni, fatti e dati si mescolano fino a diventare irriconoscibili. Proliferano le nicchie e, come ha rilevato Walter Quattrociocchi in un lungo studio di 4 anni sui social media italiani e statunitensi condotto con l’università di Lucca, il meccanismo del “pregiudizio di conferma” impedisce alla stragrande maggioranza degli utenti di sviluppare quel senso critico che permetterebbe loro di formarsi un’opinione basandosi su fatti e dati reali. Di più, il modo in cui funzionano i social media, spinge le persone a esporsi quasi esclusivamente a contenuti coerenti e “vicini” alle loro posizioni di partenza e questo fenomeno ne comporta un secondo che si chiama polarizzazione. In definitiva gli utenti sono inclini a radicalizzare la propria posizione rispetto a un tema, anche e soprattutto se a contatto con opinioni differenti. Una situazione che ci porta al terzo fenomeno che è quello della chiusura e dello scontro: tutte le persone accomunate da opinioni comuni (indipendentemente dal tema) si considerano non solo affini, ma amici che nell’insieme combattono una battaglia per la “verità” contro altri gruppi portatori non di idee, valori e sensibilità, ma nemici in tutto e per tutto e, in quanto tali da sconfiggere e abbattere, persone a cui togliere come minimo la voce. Del resto non sorprende visto che, come ha sottolineato Ryan Holiday nel suo “Trust me, I’m Lying”, il carburante dei social media sono i sentimenti di rabbia, paura e divertimento effimero. Si tratta di un circolo vizioso con formidabili potenzialità di manipolazione per qualsiasi organizzazione o individuo abbastanza strutturato dal punto di vista economico tecnico.

Come è facile intuire, in un ambiente in cui ciascuno di noi si sente legittimato a spacciare il proprio pensiero come verità – perché il principio di autorità è crollato verso le istituzioni politiche, scientifiche e naturalmente verso i media – quello che dico vale tanto come quello che dice il primario di oncologia, il premio Nobel dell’economica o un professore universitario – proliferano le leggende metropolitane ed emergono con sempre maggiore frequenza quelle che abbiamo cominciato a chiamare “fake news”. E la tentazione di manipolare e utilizzare le strutture sintattiche del web e psicologiche di chi ne fruisce è venuta a molti. Secondo Jaron Lanier, autore di “La dignità ai tempi di Internet” e studioso statunitense tra i fondatori di Internet e della realtà virtuale, da anni è in corso una guerra mondiale che vede coinvolti governi, multinazionali e i maggiori player del web per il controllo dei dati che ciascuno di noi volontariamente e ingenuamente mette a disposizione sulla rete.

Un antidoto deve ancora essere ricercato e trovato, ma forse potremmo cominciare dalla trasparenza, come affermato a Democratica da Gianni Riotta: “la medicina migliore è la trasparenza. Oggi, anche se riconosco una fake news e la tolgo da un sito, questa verrà spostata e comparirà uguale da un’altra parte. Per combattere le notizie false dobbiamo fare due cose: rimettere fiducia tra l’opinione pubblica e le élite, e castigare chi le diffonde. Come? Un esempio è il lavoro di Andrea Stroppa, cioè individuando i soggetti. Certo va bene anche una legge: nel ’74 la riforma dell’editoria impose ai giornali di pubblicare bilanci e proprietà, ed è questo che oggi non sappiamo dei grandi siti di informazione”.

Perché, per dirla sempre con Riotta, “La libertà di espressione è garantita e nessuno la mette in discussione, ma la libertà non significa che si possa dire il falso. Quello che la gente non vede è che il problema delle fake news non è il ragazzino nel garage di casa sua o all’Università che gioca con la rete; la verità è che ci sono dei grandi Paesi e delle lobby potentissime che gestiscono il falso […] chi controlla i dati di Facebook, Google, Amazon? Prima di tassarli è necessario capire come organizzano i nostri dati attraverso gli algoritmi. Ma serve anche trasparenza nell’informazione online. Oggi non sappiamo di chi è la proprietà dei grandi siti che fanno informazione, ad esempio del blog di Grillo, uno dei più grandi in Europa, non sappiamo di chi è, quanto guadagna in pubblicità, non conosciamo la sede legale”.

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