Catalogna 21D: pochi vincitori, tanti sconfitti (e molti assenti)

di Andrea Carteny, Università La Sapienza

(articolo apparso anche sul blog Nazionalismi&Co per il portale today.it)

Eccoci dunque al 21D, le elezioni regionali di ieri 21 dicembre che per la Spagna e la Catalogna significano un punto intermedio del conflitto tra Madrid e Barcellona con pochi vincitori e molti sconfitti: di sicuro il vincitore è la formazione costituzionalista Ciudadanos/Ciutadans, che si afferma come prima forza politica nella regione ma senza possibilità di proporre un Govern. Il principale sconfitto, ovviamente, il Partito popolare del presidente Mariano Rajoy, che in Catalogna rimane ormai una forza residuale.

Ci sono poi i “vincitori-a-metà”, i non-sconfitti: le formazioni indipendentiste, infatti, hanno raccolto grosso modo gli stessi consensi precedentemente avuti, con un consolidamento delle formazioni più grandi (JxC degli ex Convergenti e la sinistra repubblicana di ERC) pur sempre però condizionate nella formazione del Govern dai pochi seggi raccolti dall’estrema sinistra indipendentista della CUP.

Infine ci sono gli assenti: la monarchia spagnola, chiusa in un assordante silenzio e incapace di iniziative politiche o di gesti simbolici di distensione; le istituzioni europee, costrette dalla struttura intergovernativa dell’Unione a un ruolo di osservatori internazionali; la Chiesa, che pure nel difficile contesto del conflitto basco riuscì a svolgere un ruolo di mediazione importante, sembra sulla questione catalana distratta da un approccio globale e universalista concentrato sui diritti degli individui (soprattutto migranti…).

Chi può ora giocare un ruolo di mediazione sono coloro che sono finora mancati nel ruolo di dialogo: i socialisti di Pedro Sanchez, chiamati a rilanciare la proposta della “Spagna plurale” come progetto di riferimento per un federalismo spagnolo, e Podemos, unico partito che riconosce il principio democratico ad una consultazione referendaria sullo status di una regione spagnola.. Ed ecco che si ritorna al ritornello di sempre: per risolvere in democrazia le questioni politiche, bisogna far politica, che significa confrontarsi, battersi anche aspramente ma aspirare a incontrare un punto medio, di compromesso…


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