Brexit, i danni collaterali sono solo l’inizio

di Marina Santarelli

Quale futuro per il diritto di residenza dei cittadini europei nel Regno Unito e per quelli britannici nell’Unione Europea?

I negoziati ufficiali per la Brexit non sono ancora ufficialmente iniziati e già all’orizzonte si presentano questioni complicate e vitali per la vita delle persone e dei cittadini al di là e al di qua della Manica. La Brexit e i danni collaterali che comporta passano per la regolamentazione del diritto di residenza permanente di chi ha scelto di vivere nel Regno Unito, avendo una nazionalità degli Stati membri dell’Unione europea. Stiamo parlando di più di 3 milioni di persone, spesso professionisti, ma non solo, che hanno scelto di svolgere la propria attività lavorativa soprattutto a Londra, e da qui creato un’esistenza, certi che il progetto europeo non fallisse in un giorno di giugno.

Purtroppo non è stato cosi e oggi si confrontano con il timore di sapere cosa ne sarà del loro futuro, e se e a che titolo potranno restare nel Regno Unito. Le notizie che vengono dal Parlamento britannico non sono, purtroppo, rassicuranti. E’ notizia dei primi giorni di febbraio: la camera dei comuni ha respinto un emendamento che prevedeva delle garanzie governative per proteggere i cittadini europei aventi un permesso permanente di residenza nel Regno Unito. Prima che l’articolo 50 del trattato di Lisbona sia invocato definitivamente dalle parti.

Una composita maggioranza e una altrettanto particolare minoranza si sono sfidate su quest’insidioso terreno. Del resto anche tra i conservatori non è ancora sopita la divaricazione tra le posizioni tra i leaver e i remainer, e questo fatto ha indotto Ed Vaizey, già ministro conservatore della cultura, a commettere un errore di valutazione, pubblicando una lettera, evidentemente non ufficiale, nella quale il ministro degli interni Amber Rudd rassicurava sul destino di questi cittadini.

In sostanza nella corrispondenza ufficiosa si dice che nulla cambia per il momento, e che questo potrà avvenire soltanto dopo che il negoziato per l’uscita dell’Unione sia iniziato e soprattutto, dopo, che il parlamento inglese approvi un nuovo sistema d’immigrazione una volta che il Regno Unito sia effettivamente fuori dall’UE.

Tuttavia le cose non sono cosi chiare e il primo Ministro Teresa May sollecitata dal suo stesso partito, oltre che dai partiti di opposizione, ha esposto il suo punto di vista e la posizione del governo britannico che si oppone a garantire la residenza dei cittadini comunitari immediatamente e unilateralmente, preferendo la ricerca di una protezione reciproca garantita dagli Stati membri ai cittadini britannici residenti nel territorio dell’Unione.

Theresa May ha dichiarato di aver ottenuto un sostanziale accordo su questo punto da parte dei leader dell’Unione europea, ma come sempre è nei dettagli che si nascondono i pericoli. Nessuna obiezione in via di principio sulla necessità di dare ai cittadini delle due sponde delle Manica, reciproche garanzie e diritti, tuttavia i 27 con in testa la Germania ritengono che la questione debba essere trattata nel contesto generale del negoziato della Brexit.

Che cosa significa? Quei tre milioni di persone, le loro famiglie e le loro vite potrebbero dover aspettare fino alla chiusura delle trattative prevista nel 2019, rimanendo in un limbo difficile da gestire.

Lo stesso potrebbe capitare ai cittadini britannici residenti nei paesi dell’Unione, in particolare quelli che lavorano a Bruxelles per le istituzioni dell’Unione o intorno ad esse. La gran parte vive già da giugno con angoscia e tormento questo periodo, fine di un sogno e di un progetto durato decenni. E’ difficile rassegnarsi al suo fallimento, e uscire come se nulla fosse stato. Notizie degli ultimi mesi danno cittadini britannici in cerca di altra nazionalità, quella belga in particolare, da ottenere per anni di residenza.

Ma è questa la soluzione? Può essere davvero questa? Che cosa ne è del progetto della cittadinanza europea?  E come si rilancia? Purtroppo anche questa che sembrava una delle questioni più semplici da risolvere nell’ambito del divorzio UE e Regno Unito, sarà invece materia di contese e ricatti tra leader e funzionari, combattuta con le armi della burocrazia e della lotta di potere, a danno e sulla pelle dei cittadini. La speranza è che si trovi almeno una soluzione comune e che i diritti di ciascuno non vengano considerati à la carte.

La Brexit che già ha fatto feriti, ha ed avrà quindi notevoli ripercussioni e discreti danni collaterali. Intanto, e per fortuna, la speranza di un altro mondo possibile, e di un nuovo inizio esiste sempre.

Una petizione all’Unione europea e ai suoi leader è stata lanciata da cittadini britannici contrari alla Brexit, che chiedono un passaporto europeo o una via legale di restare nell’Unione. La spinta morale è notevole, e l’Unione dovrebbe davvero tenerne conto, per poter pensare che una prospettiva unitaria e federale è ancora possibile. Una soluzione interessante potrebbe essere quella di concedere ai britannici, da parte degli Stati membri dell’Unione, un permesso di residenza permanente simile a quello cui hanno diritto i cittadini extracomunitari dopo un lungo periodo di residenza. Oppure quello di avere un protocollo specifico nel quale venga delimitata con precisione l’estensione spazio temporale del permesso di residenza, magari in chiave reciproca, in modo che siano garantiti i diritti di tutti.

Le proposte possono essere molteplici, tuttavia la principale sarebbe quella di chiedere agli Stati membri e ai loro rappresentanti di considerare la questione come urgente e prioritaria da trattare, quindi, separatamente dal resto dei negoziati della Brexit, che si preannunciano lunghi e complicati.

Tanto i cittadini britannici residenti nella UE che i cittadini europei residenti nel Regno Unito hanno bisogno di risposte certe e rapide, per cominciare un nuovo capitolo della loro vita in territori non più uniti.

La questione non è priva di difficoltà oggettive, relative alla natura stessa del diritto alla libertà di circolazione e residenza nell’ambito dell’UE, fiore all’occhiello del processo d’integrazione, ma anche inizio e fonte dei suoi più grandi fallimenti che vediamo davanti ai nostri occhi in questi anni di grandi flussi migratori.

La speranza è che le migliori menti si mettano a lavorare sulla questione, e che diano risposte valide che i cittadini aspettano.

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