Brexit e il futuro dell’UE

di Lucrezia Scarapicchia

Il 23 giugno 2016, i cittadini britannici hanno scelto di uscire dall’Unione Europea. Simbolicamente, il mito dell’indivisibilità e della “irriducibilità” dell’Unione Europea viene incrinato. L’UE perde un tassello importante: un colpo durissimo da digerire.

Superato lo shock iniziale, pur essendo una prima assoluta (mai un accordo di recesso era stato negoziato prima) l’Unione Europea si mostra unita, compatta e ricettiva fin da subito. Il coordinamento e la cooperazione fra le varie istituzioni, Parlamento, Consiglio e Commissione, funziona bene e vengono con prontezza delineati i principi generali, le linee guida e il mandato per i negoziati, in poco più di un mese.

La Gran Bretagna, riesce ad attivare l’Articolo 50, che avvia ufficialmente le procedure di divorzio dall’Unione, solo il 29 marzo 2017. Appare impreparata e scomposta, con un governo impelagato in interminabili battaglie di partito che lo porteranno a indire elezioni lampo alla vigilia dell’inizio dei negoziati.

La famiglia socialista e il Parlamento europeo si sono, sin da principio, schierati al fianco dei cittadini per la difesa dei diritti garantiti loro dall’Unione Europea: il diritto alla residenza, alla riunificazione familiare, all’accesso alla sanità, all’esportabilità delle prestazioni di sicurezza sociale, per citarne solo alcuni.

L’Unità di vedute delle Istituzioni europee e dei 27 sui principi fondamentali per la gestione dei negoziati ha rappresentato un valore in sé per l’EU.

In particolare l’approccio sequenziale per garantire un’uscita ‘ordinata’ del Regno Unito dall’Unione Europea, l’integrità del mercato unico (indivisibilità delle quattro libertà), il principio di ‘no cherry-picking’ e, forse più importante, il principio che nessun paese terzo può beneficiare degli stessi vantaggi di uno stato membro. Quest’ultimo principio contiene un messaggio importante che l’UE rivolge a sé stessa: essere fuori dalla famiglia Europea ha un prezzo e l’accordo di divorzio misurerà de facto il costo dell’uscita e il valore della membership. In questo senso, la Brexit, pur segnando una svolta dolorosa per l’Europa, ha aperto al contempo importanti spazi di riflessione.

In un momento in cui in tanti additano l’Unione Europea, a torto o a ragione, come matrigna, come capro espiatorio responsabile di ogni sorta di male, milioni di cittadini, di lavoratori, di operatori economici, la riscoprono (e noi con loro) come “madre” che dispensa diritti ed opportunità.

Il dramma e l’inquietudine dei tanti cittadini UE nel Regno Unito e dei cittadini del Regno Unito nell’Unione Europea offre a noi tutti la possibilità di riscoprire quel che sappiamo, ma non riusciamo più a vedere: i vantaggi che l’UE garantisce in termini di mobilità, di esportabilità dei diritti, di ricongiungimento familiare, di diritti alle cure sanitarie e all’istruzione…

La rabbia dei cittadini della repubblica di Irlanda e del Nord Irlanda, fa riemergere il ruolo di un’Unione che abbatte frontiere, smorza conflitti e porta pace.

Le resistenze e la fibrillazione del mondo economico fa riflettere sulla capacità dell’Europa di facilitare scambi, creare ricchezza e prosperità, garantire una competizione leale.

Il timore dei sindacati e dei lavoratori su possibili divergenze future dagli standard europei ambientali e sociali ci impone una riflessione sul ruolo leader che l’Europa ha svolto e continua a svolgere a livello mondiale su questi aspetti.

La Brexit apre anche spazi di riflessione sul futuro che vogliamo darci a 27.  Apre prospettive di riforma dell’attuale assetto, che possono e devono andare oltre un’ambiziosa gestione dell’esistente.

Talune di queste riforme avrebbero forse incontrato in un Europa a 28 ostacoli supplementari. La rimozione di alcune resistenze insieme alla rinata consapevolezza di un’Europa madre, capace di reagire con unità e fermezza, potrebbero dare al progetto europeo un nuovo slancio.

Sono tanti gli ambiti da esplorare e spaziano da una maggiore integrazione dell’Eurozona (la recente proposta della Commissione sulla riforma del Unione Economica e Monetaria contiene degli elementi interessanti anche se non sufficienti), alla costruzione di una vera  Europa sociale; dalla riforma del sistema di finanziamento del bilancio dell’Unione Europea (con l’introduzione di una vera risorsa propria) alla definizione di un’agenda ambiziosa per la crescita e l’occupazione (basata su una nuova strategia di investimento, un nuovo modello di crescita sostenibile e una politica di bilancio più flessibile); dall’approfondimento dell’Unione bancaria (accompagnata dall’introduzione di regole più stringenti per i sistemi finanziari), alla costruzione di un vero spazio democratico europeo.

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