Brexit, dopo il discorso di Theresa May, what next?

Il 17 gennaio il primo ministro britannico, Theresa May, ha tenuto un atteso discorso sugli obiettivi del governo britannico nei futuri negoziati con l’Unione europea per definire le modalità dell’uscita del paese e le relazioni future con Bruxelles.

Il messaggio principale che ne emerge è che il governo britannico è ormai convinto che non siano possibili soluzioni intermedie: Brexit deve significare una separazione netta tra Unione europea e Regno Unito.

Lo speech di Theresa May ha quantomeno offerto una razionalizzazione delle ragioni per la Brexit e segnato alcuni spiragli futuri: “We are leaving the European Union, we are not leaving Europe“.   Nel fondo, però, la retorica che emerge poggia sempre sulla solita convinzione che, fuori dall’Unione europea, il Regno Unito potrà finalmente diventare un paese veramente internazionale e che sarà possibile ridurre in maniera sensibile la regolamentazione che lo imbriglia.

Una separazione netta significherebbe in primo luogo avere il controllo totale sulla legislazione che si applica nel Regno Unito e non essere più soggetti alla giurisdizione dalla Corte di Giustizia dell’Ue (cosa che continuerebbe in caso di partecipazione al mercato unico).   Il primo ministro britannico ha ricordato che separazione netta significa anche poter modulare l’immigrazione in provenienza dagli altri paesi europei in funzione delle esigenze del Regno Unito.   Sul piano commerciale, la separazione netta dall’Unione europea significa non far parte del mercato unico e non avere nemmeno un’unione doganale, perché queste due forme di associazione non permetterebbero al Regno Unito di fare liberamente accordi commerciali con altri paesi.   Il Regno Unito vorrebbe, quindi, percorrere l’ipotesi più estrema, ovvero un accordo di libero scambio con l’Unione europea.   Il paese continuerebbe a partecipare, su base volontaria, a molti programmi europei di ricerca (come fanno oggi altri paesi, per esempio Israele) e questo implicherà il pagamento di contributi al bilancio comunitario, ma mai delle dimensioni di quelli versati finora (nel 2015, il Regno Unito ha versato al bilancio dell’Ue 18.2 miliardi di euro e ne ha ricevuti come spesa comunitaria 7.5).

Il discorso di Theresa May sembra riflettere la graduale presa di coscienza delle implicazioni di alcune affermazioni fatte durante la campagna elettorale,  mettendo così fine all’impressione di incertezza e impreparazione che un caricaturista aveva riassunto nella formula: “We want to be half in and totally out“.

Il suo speech, quindi, ha voluto porre anche l’Europa di fronte alla nuova realtà, ancora sospesa in attesa della scelta netta di Londra sul post-Brexit. E il tema spinoso, su cui aleggia un non-detto, è la volontà di molti paesi dell’Unione europea di imporre condizioni sfavorevoli nell’accordo con il Regno Unito, perché questo agisca come deterrente nei confronti di altri paesi tentati dall’avventura dell’uscita dall’Unione europea.   Theresa May ha espresso la speranza che si arrivi ad un accordo ragionevole, perché questo sarebbe nell’interesse reciproco.   Su questo punto non si può che essere d’accordo.   L’apertura degli scambi commerciali tra il Regno Unito e l’Unione europea è nell’interesse di tutti.   Tra i paesi membri, quelli che hanno più da guadagnare da un accordo commerciale aperto sono la Germania e l’Italia che hanno sostanziali avanzi commerciali con questo paese.   Ma la coesione della posizione europea è ancora più importante ed è da registrare con sollievo il fatto che la cancelliera tedesca Angela Merkel abbia dichiarato che la Germania nel negoziato con il Regno Unito si farà guidare dall’interesse europeo e non da quelli commerciali (anche se subito dopo il discorso della signora May, il presidente della Handelskammer tedesca, Volker Treier, ha voluto sottolineare i pericoli dell’assenza di un buon accordo commerciale con il Regno Unito).

Una buona parte del discorso ha riguardato le modalità e i tempi del negoziato.   Secondo la signora May è possibile negoziare tutti gli aspetti principali del “divorzio” durante il periodo di due anni che inizierà con il deposito della richiesta di uscita dall’Unione europea sulla base dell’articolo 50 (prevista per il mese di marzo).   La messa in opera di questo accordo di principio sarà più lunga e avverrà negli anni successivi.   Il Regno Unito, per parte sua, trasferirà tutta la legislazione comunitaria in legislazione britannica in maniera che, nelle parole della signora May “la stessa legislazione sia in vigore il giorno prima e il giorno dopo” l’uscita formale del Regno Unito dall’Unione europea.   Ma ha anche detto che l’accordo dovrà essere ratificato dalle due camere del Parlamento britannico, ricordando la possibilità del rifiuto di un accordo considerato sfavorevole: “no deal for Britain is better than a bad deal for Britain.”   All’inizio di un negoziato è sempre necessario “fare la faccia feroce“.   In queste situazioni tutto dipende da quanto ogni parte voglia l’accordo e molti osservatori fanno osservare che il Regno Unito ha bisogno di un buon accordo commerciale più di quanto ne abbia bisogno l’Unione europea nel suo insieme.

Un punto importante sollevato nella parte del discorso che riguarda i negoziati è la necessità di dare rapidamente certezze alle imprese, ma soprattutto ai cittadini.  Theresa May si espressa a favore di un accordo rapido, che non aspetti la conclusione degli altri negoziati, che garantisca i diritti dei cittadini europei che già oggi vivono nel Regno Unito e dei cittadini britanni che già oggi vivono in altri paesi dell’Unione europea.   C’è da sperare che questa offerta sia accolta, si sta parlando di milioni di persone che sono in una situazione di estrema e spiacevole incertezza.

Infine, il tono del discorso sembra contenere alcune indicazioni importanti per i progressisti europei.   Il governo conservatore della signora May sembra aver compreso e riconosciuto che la rabbia che ha portato al Brexit e alla crescita dei populismi ha origine nella condizione economica e nella mancanza di prospettive per il futuro.   Nella legge di bilancio per il 2017 il governo conservatore britannico ha stanziato cifre importanti per la costruzione di case per i meno abbienti e per il miglioramento delle infrastrutture pubbliche.   Nel discorso del 17 gennaio, la May ha dichiarato di voler agire affinché i diritti dei lavoratori previsti dalla legislazione europea siano trasferiti integralmente nella legislazione britannica, ha perfino annunciato l’intenzione di creare meccanismi che garantiscano, per la prima volta nel caso del Regno Unito, che la voce dei lavoratori sia ascoltata dai consigli di amministrazione delle società quotate in borsa.

E’ proprio su questo versante, ovvero la tenuta del modello sociale e l’unità delle forze progressiste, che si misurerà, da una posizione PSE, la capacità negoziale dell’Europa e l’atteggiamento del Labour Party in questa fase così cruciale della storia britannica. Ma di questo, che è un tema delicatissimo viste le posizioni già espresse da Corbyn, tratteremo presto in un prossimo approfondimento.

 

 

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