BLOG EUDEM DAILY. EUROPA SOCIALE: LA PROPOSTA DI UNA ASSICURAZIONE EUROPEA CONTRO LA DISOCCUPAZIONE

L’introduzione di nuovi strumenti in grado di dare risposte concrete a livello europeo a favore dell’occupazione è al centro delle riflessioni per il rilancio dell’Europa Sociale. L’Italia, attraverso il ministro Padoan, si è fatta recentemente portatrice di diverse proposte in questo senso, a partire dalla possibilità di varare un nuovo schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione.
La nostra iscritta Ilaria Maselli, ricercatrice presso l’importante think tank europeo CEPS e che sarà la relatrice del panel Europa Sociale della EUdem School insieme al Professor Frank Vandenbroucke, spiega meglio in questo suo interessante articolo uscito qualche giorno fa su “Il Fatto Quotidiano” come potrebbe funzionare tale importante strumento di stabilizzazione economica e occupazionale.

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Lo schema europeo di assicurazione contro la disoccupazione – di  Ilaria Maselli
La grande lezione della crisi in Grecia è che non si può lasciare decidere ai capi di governo come e quando intervenire nell’economia di un paese vicino. Non solo è poco pratico, ma anche improduttivo mettere insieme diciannove Primi Ministri ogni mese per negoziare con lo sfortunato di turno (da Papandreu a Tsipras) lo zero virgola qualcosa percento di aggiustamenti. Una gestione della crisi basata su negoziazioni costanti è destinata a fallire nel momento in cui gli interessi della colletività europea entrano in conflitto con il termometro politico di questo o quel paese, cosa che mette un Primo Ministro nella posizione scomoda di dover scegliere tra il bene futuro della collettività europea e la popolarità nel suo paese all’indomani del summit. Cosa fare quindi?
Servono meccanismi automatici per fronteggiare le crisi nella zona euro e per farlo serve gestire alcune risorse collettivamente. E’ un dibattito vecchio di vent’anni questo: erano i molti a temere che la moneta unica fosse poco solida perché costruita su un pilastro solo, ovvero la cessione della sovranità monetaria. Nei primi anni ‘90 non si ebbe il coraggio di fare un salto più lungo, ovvero andare oltre il semplice coordinamento delle politiche fiscali attraverso il Patto di Stabilità, e si sperò nel mercato e nella buona sorte, che entrambi hanno accompagnato la giovane unione monetaria fino al 2008. Eppure non è un caso che tutte le federazioni, dagli Stati Uniti alla Svizzera, siano dotate di un budget federale importante, nell’ordine del 15-20% del Pil, mentre l’UE spende in totale poco più dell’1% del PIL.
Nonostante l’evidenza dei fatti resta ancora oggi difficile cedere ulteriori porzioni di sovranità, soprattutto nel clima di sfiducia generale creatosi in seguito alla questione Grecia. Finché questa resta irrisolta, è difficile immaginare istituzioni più democratiche e con cui si prevede di condividere una maggiore porzione dei rischi. Di qui l’idea di cominciare da un’assicurazione per i lavoratori e non per gli stati rilanciata dal Ministro Padoan a Lussemburgo il 6 Ottobre scorso e dal Tesoro francese qualche giorno dopo. Questo sarebbe un modo efficace ed economicamente efficiente per sostenere l’economia in un paese in difficoltà, ovvero attraverso il sostegno al reddito di chi perde il lavoro e quindi attraverso i consumi. A questa assicurazione contribuirebbero i lavoratori (o gli stati) nei momenti favorevoli del ciclo economico, accumulando risorse da utilizzare in caso di shock senza gravare sul bilancio pubblico nazionale. In termini di taglia, un sistema sovranazionale di assicurazione contro la disosccupazione non dovrebbe costare più dell’1% del PIL della zona euro all’anno. Questo vorrebbe dire raddioppare il budget dedicato all’Europa – obiettivo non impossibile se si tiene conto dei risparmi generati dall’europeizzazione parziale dei sussidi di disoccupazione nazionali.
Secondo alcune simulazioni, se il sistema fosse stato in vigore prima della crisi, la Spagna avrebbe ricevuto aiuti pari al 6,7 per cento del PIL tra il 2008 e il 2012. Minore invece l’apporto per l’Italia (lo 0,02 per cento del pil) e soltanto nel 2012.
La sfida a questo punto diventa amministrativa: la creazione di uno stabilizzatore automatico europeo deve passare attraverso una qualche forma di armonizzazione dei sistemi nazionali. I vari INPS garantiscono coperture diverse, sia in termini di generosità, sia in termini di durata, sia in termini di eliggibilità. Per fare un esempio: un lavoratore in Belgio deve contribuire al sistema per 10 mesi su 21, per essere eliggibile ma poi ha diritto ad un’indennità potenzialmente a vita. In Italia, con la neonata NASPI, un disoccupato riceve fino a 1300 euro al mese per 24 mesi se contribuisce alla cassa per non meno di 13 settimane nei 4 anni precedenti. Creare un minimo comune denominatore sarebbe poco utile: se l’obiettivo è sostenere l’economia serve un certo dispiegamento di risorse e raggiungere una porzione cospicua dei disoccupati. Bisogna quindi spingersi più lontano perché uno stabilizzatore automatico che non stabilizza serve a poco.
Per evitare poi che i flussi seguano sempre l’asse nord-sud la strada da seguire è disegnare un sistema basato sulla disoccupazione di breve termine: a beneficiare dell’indennità sarebbero tutti i lavoratori che hanno appena perso il lavoro e per un periodo limitato, di massimo un anno. In questo modo i trasferimenti non sarebbero influenziati dagli differenziali dei tassi di disoccupazione a lungo termine (alti) che si osservano da un paese all’altro, o in altre parole “i diligenti operai di Monaco” non andrebbero a finanziare “i pigri greci a spasso da anni”. E’ un modo estremo e stereotipato di vedere la questione, ma è questa la prima domanda che ci viene posta quando affrontiamo il tema e pertanto merita una risposta adeguata.
Man mano che la proposta entra nei dibattiti pubblici nazionali, sarà interessante osservare se a prevalere sarà il timore di trasferire le proprie risorse da un paese all’altro o il sollievo per aver finalmente posto il primo mattone della solidarietà europea.
A voler essere visionari, ci si potrebbe chiedere cosa ci sarà dopo. La creazione di un’assicurazione europea è ormai solo questione di tempo e di definizione degli aspetti burocratici. Secondo il Rapporto dei Cinque Presidenti di quest’anno (Draghi, Juncker, Schulz, Tusk e Dijsselbloem) la creazione di uno stabilizzatore automatico dovrebbe essere portata a termine entro i prossimi 10 anni. E poi? Servirebbe rilanciare l’altra metà del welfare: la redistribuzione dopo la stabilizzazione. E’ possibile che l’integrazione europea crei vincitori e vinti attraverso la creazione di poli di attrazione dei capitali verso il centro del Continente. Se questo è vero, è necessario pensare meccanismi di compensazione che promuovano la crescita anche nelle periferie affinchè tutti beneficino della ever closer union – l’integrazione sempre maggiore – auspicata nel Trattato di Roma. Per quanto sorprendente, fondi di questo tipo esistono già: ne sono un esempio il fondo sociale europeo, il fondo per l’aggiustamento alla globalizzazione e il fondo di coesione. Questi fondi, insieme alla futura indennità europea di disoccupazione, saranno le colonne portanti della futura Europa sociale.

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