SOSTENIBILITÀ – LE NOSTRE PROPOSTE

La sostenibilità come scelta strategica per far ripartire l’Italia

L’appello dell’attivista svedese Greta Thuberg e il movimento globale #Fridaysforfuture ci ricordano l’urgenza ambientale: la nostra casa sta bruciando! L’Italia e il Mediterraneo sono particolarmente esposti al riscaldamento globale: onde calore, incendi, siccità, alluvioni stanno causando altissimi costi alla nostra economia, del resto già precaria. Ogni anno più di 60 mila persone muoiono in Italia per colpa dello smog e altre migliaia a causa dell’inquinamento nei siti industriali, ma salvarli non è una priorità.

Per questo, l’obiettivo strategico del Partito Democratico, e di tutto il centrosinistra, deve essere quello di costruire un modello di sviluppo che si fondi sulla sostenibilità ambientale e sociale, perché il modello di sviluppo attuale non solo non riesce più a creare lavoro e benessere, ma compromette la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni.

Ma è possibile crescere economicamente senza far esplodere il pianeta? La risposta è “sì”, ma solo se facciamo della sostenibilità il perno su cui costruire un nuovo modello di sviluppo economico e sociale per il Paese. Un modello basato sull’economia circolare e sulle fonti rinnovabili. Un modello che sappia garantire alle nuove generazioni un futuro più giusto e restituire un’economia più competitiva perché a misura d’uomo. Un modello orientato alla promozione della giustizia sociale e all’eliminazione delle disuguaglianze. Perché, per dirla alla Alexander Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.

La sostenibilità ambientale non è solo una necessità irrinunciabile, ma offre soprattutto una straordinaria opportunità per il nostro sistema produttivo di crescere e creare lavoro, innanzitutto nel Mezzogiorno. L’economia verde è un grande motore di sviluppo trasversale che coinvolge interi settori e filiere, che vanno dalla rigenerazione urbana alla lotta contro il dissesto idrogeologico, dalla qualità, tracciabilità e sicurezza dei prodotti agroalimentari alla riconversione green delle aziende, dalla mobilità sostenibile fino alle energie rinnovabili e all’economia circolare. È un’occasione unica per rivitalizzare le aree interne e rurali e per rigenerare il patrimonio dei piccoli Comuni.

Non parliamo di futuro, ma di presente. Già oggi una parte importante della nostra economia volge in senso ambientale. Le imprese che fanno queste scelte in Italia sono circa un terzo di quelle manifatturiere. Sono imprese che innovano di più, producono di più e creano maggiore occupazione. Circa 350,000 aziende hanno già scommesso nella green economy, creando 3 milioni di posti di lavoro. Il Partito Democratico deve intercettare queste forze vive del mutamento e farsi promotore di una grande alleanza tra Stato, cittadini e imprese, per una svolta sostenibile della nostra economia. Ma non bastano più le dichiarazioni di intenti. È il momento di assumere decisioni coraggiose e radicali.

Proponiamo cinque azioni, cinque passi concreti per avviare subito una nuova stagione di politiche per la sostenibilità, un New Deal verde per far ripartire l’Italia:

·      Proteggere il territorio. Avviamo un nuovo Piano di manutenzione del territorio e delle piccole opere contro il dissesto idrogeologico, da sviluppare in 5 anni e da finanziare con almeno 5 miliardi di euro l’anno, per coprire il fabbisogno indicato dalle Regioni, prevedendo anche un piano di riforestazione, valorizzazione e manutenzione del verde e demolizioni più semplici e veloci degli abusi nelle zone a rischio. Fondamentale è l’approvazione della legge contro il consumo di suolo – che ha già sostituito terra fertile con cemento e asfalto sul 7,6% della superficie dell’Italia. Bloccare la cementificazione è fondamentale per conservare il paesaggio italiano, contrastare il dissesto idrogeologico e i combattere i cambiamenti climatici.

·      Democratizzare l’energia e i trasporti. Nell’ultimo decennio, il nostro Paese ha fatto uno sforzo importante per sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili, con effetti positivi, ancorché insufficienti, su crescita, occupazione e riduzione dell’inquinamento. Ora bisogna accelerare l’autoproduzione di energia per cittadini, imprese e distretti, puntando a coprire almeno il 35% del consumo totale di energia da fonti rinnovabili entro il 2030. Per questo è necessario rivedere la bozza del Piano nazionale energia e clima adottata dall’attuale governo, che ha suscitato molte critiche per la modestia degli obiettivi, e per il rischio di un ripiegamento in un settore strategico non solo per l’ambiente ma anche per l’economia. È necessario inoltre decongestionare le nostre città, destinando il 50% degli investimenti in infrastrutture per la mobilità sostenibile e per il trasporto pubblico collettivo e condiviso. A livello nazionale, sono urgenti più investimenti in treni, porti e navi per spostare le merci dalle strade e ridurre i costi e l’inquinamento.

·      Rinnovare l’abitato. Avviamo un grande programma di riqualificazione energetica e messa in sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati. Gli investimenti potenziali sono enormi e produrrebbero grandi ricadute occupazionali e rilevanti benefici per le famiglie e le imprese. In questa prospettiva, è fondamentale rafforzare e rendere permanenti gli incentivi verdi introdotti dai governi di centrosinistra (ecobonus e sismabonus), anche estendendoli agli incapienti, e stanziare fondi speciali a favore degli enti locali per la riqualificazione energetica e antisismica degli edifici pubblici. Serve una seria politica antisismica dell’abitare, coordinata con gli interventi contro il dissesto idrogeologico che tengano conto della specificità dei singoli luoghi

·      Promuovere l’economia circolare. Dobbiamo aumentare del 50% il riciclo dei rifiuti urbani: siamo al 44% e il traguardo è il 65% al 2030. L’obiettivo non è facile e la pre-condizione per arrivarci è riuscire a metabolizzare la differenza tra raccolta differenziata e recupero. Una differenza che sembrerebbe banale e ovvia, peccato che le cronache dimostrino il contrario. È difficilissimo trovare qualcuno che si oppone al principio della raccolta differenziata, ma è altrettanto difficile trovare consenso attorno alla realizzazione degli impianti necessari al recupero dei materiali raccolti. L’ambientalismo fondato sui NO a prescindere mostra tutti i suoi limiti se a quei NO non seguono ipotesi e prospettive finalizzate anche al superamento delle fasi emergenziali, che in alcune zone del nostro paese sono causate dall’assenza di nuovi impianti di trattamento e riutilizzo circolare della risorsa rifiuto.

·      Rinformare la fiscalità. La riconversione ecologica della nostra economia richiede una radicale riforma fiscale verde che trasformi i sussidi dannosi per l’ambiente in incentivi per la riduzione dell’inquinamento, mantenendo invariata la pressione tributaria complessiva e prevedendo misure compensative per evitare impatti sociali e territoriali negativi. Ad esempio, le accise sui carburanti dovrebbero essere proporzionali al contenuto di carbonio fossile (CO2 emessa al litro) e il bollo auto proporzionale all’inquinamento effettivamente generato da ciascun veicolo. È necessario introdurre una fiscalità IVA di vantaggio per l’economia circolare, con una differenziazione delle aliquote tra i diversi impatti e cicli realizzativi che premi i beni che hanno un minore impatto ambientale. A livello europeo l’introduzione di una carbon tax su combustibili fossili quali carbone, petrolio e gas permetterebbe di finanziare la transizione energetica “socialmente sostenibile”, incrementando i fondi destinati ai trasporti pubblici nelle città, alla riqualificazione professionale di chi ha perso il lavoro nelle industrie più inquinanti, e allo sradicamento della povertà energetica.

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