Africa e Migrazioni

di Joshua Massarenti

Dopo la caduta del muro di Berlino, l’Europa ha tolto il suo sguardo dall’Africa per concentrare principalmente la sua attenzione sull’integrazione nello spazio europeo degli ex Paesi dell’Est. Purtroppo abbiamo dovuto aspettare le tragedie dei migranti nel Mediterraneo e le profonde divisioni che i flussi migratori africani (assieme a quelli mediorientali) hanno provocato tra gli Stati Membri e all’interno delle Istituzioni UE per accorgerci di nuovo dell’esistenza del continente africano. Le immagini terrificanti di migranti venduti come schiavi in Libia, assieme a tutte le violenze e le torture di cui sono vittime uomini, donne e bambini spinti a rischiare la vita per raggiungere l’Europa, segnano un punto di non ritorno nelle relazioni tra i due continenti, costringendo l’UE e i suoi Stati Membri ad affrontare un’emergenza che non doveva esserlo, con l’Italia e i paesi del Sud Europa in prima linea nel salvare vite umane e spesso traditi dalla gestione incoerente ed egoista dei flussi migratori da parte degli Stati Membri dell’UE.

Mai come oggi, i destini dell’Africa e dell’Europa, separati da appena 14 chilometri nello stretto di Gibraltar, sono sembrati così legati, costringendo l’UE (e i suoi Stati Membri) a rivedere la sua copia non solo in materia di politica estera, ma anche di politica interna. Da almeno un ventennio, il continente africano è protagonista di una crescita economica senza precedenti – certo ancora fragile e diseguale – che fa gola a tanti paesi, tra cui la Cina che ha saputo approfittare delle nostre disattenzioni per colmare il vuoto politico ed economico lasciato dall’Europa su un continente africano che oggi accoglie il 30% delle risorse naturali mondiali. Ma l’Africa è anche una realtà alle prese con problemi strutturali – tra cui la povertà estrema, i conflitti, le violazioni dei diritti civili e umani, il cambiamento climatico, la corruzione, lo sfruttamento illegale delle materie prime – che ostacolano il suo sviluppo e il benessere delle sue società.

L’urgenza di contrastare quelle che vengono comunemente definite le cause che sono all’origine dei movimenti migratori irregolari africani (non solo verso l’Europa), è dettata dal fatto che da qui al 2050 la popolazione africana supererà i due miliardi di abitanti, per raggiungere quota quattro miliardi nel 2100 (40% della popolazione mondiale), in grande maggioranza giovani. Una sfida demografica che chiama direttamente in causa le società del Vecchio continente, oggi afflitte dalle cure di austerità che gli si sono state imposte negli ultimi anni e che non hanno fatto altro che accrescere le disuguaglianze sociali, le paure dell’Altro e i populismi.

Le prossime scadenze elettorali costringono la leadership riformista e progressista europea a dover rispondere a sfide urgenti (crescita sostenibile, disoccupazione, flussi migratori, integrazione, ambiente), che sono anche di medio e lungo termine e che includono il fatto che contrariamente alla popolazione africana – quella europea declinerà da 730 milioni a 670 milioni entro la fine di questo secolo, con tutte le conseguenze che questo comporta sul piano socio-economico.

Oltre alla modifica del Regolamento di Dublino e, in generale, alle politiche di accoglienza e di integrazione dei migranti nello spazio europeo, nelle nostre relazioni con l’Africa abbiamo sostanzialmente due opzioni: decidere di fare del continente africano un vasto recinto, lungo il quale innalzare muri invalicabili, oppure, assieme ai partner africani (tra cui l’Unione Africana), le loro diaspore e le organizzazioni internazionali (su tutto le Nazioni Unite), gestire in modo coerente i flussi migratori (in maggioranza intra-africani), favorendo anche vie legali per le migrazioni, e contribuire a lottare contro le cause profonde di questi flussi (povertà, terrorismo/sicurezza, climate change), non solo attraverso gli aiuti allo sviluppo, ma anche con politiche di investimenti pubblici e privati ambiziose.

Con 21 miliardi di euro di aiuti nel 2016, l’UE è il primo donatore internazionale dell’Africa. Assieme ai suoi Stati Membri, che assorbono oltre il 40% delle esportazioni africane e forniscono il 33% delle sue importazioni, rappresenta il 33% di tutti gli investimenti stranieri realizzati sul continente africano. L’Europa è anche il continente che accoglie il maggior numero di migranti africani al di fuori della stessa Africa. Il Fondo fiduciario d’emergenza dell’UE per l’Africa sulle migrazioni e la stabilità adottato a La Valletta nel novembre 2015 e il nuovo Piano di investimenti esterni dell’UE per l’Africa (e i paesi del Vicinato) sono chiamati a rafforzare l’operato dell’Unione Europa nel lottare contro le cause profonde delle migrazioni irregolari e accrescere gli investimenti europei per la creazione di posti di lavoro decenti e progetti sostenibili, con un’attenzione particolare agli Stati fragili, ai giovani, alle donne e alle piccole e medie imprese. L’Africa non andrebbe percepita soltanto attraverso i prismi delle migrazioni e dell’emergenza, ma come un continente con cui abbiamo sfide comuni e una terra di grandi opportunità, sia per gli africani che per gli europei.

Sotto la presidenza di Gianni Pittella, il continente africano e l’immigrazione sono stati posti al cuore dell’agenda politica del Gruppo dei Socialisti e Democratici europei che negli ultimi tre anni si è reso protagonista di numerose iniziative e battaglie politiche. Tra esse vale la pena menzionare le campagne per l’educazione nelle zone di guerra o contro l’importazione di “minerali insanguinati” da aree di conflitto, oppure la riforma del regolamento di Dublino, l’accoglienza dei richiedenti asilo e delle loro famiglie, la protezione dei minori non accompagnati, il salvataggio di vite umane nel Mediterraneo, la direttiva blue card, l’Africa Week, ecc.

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